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Leopardi: la sua religiosità
Riflessioni intorno agli studi di Giovanni Fighera sul Poeta recanatese

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di CLAUDIO S. GNOFFO*.

Un giudizio comune su Leopardi, ormai unanimemente accettato da studiosi e critica, è quello che il grande Recanatese fosse stato sempre, e ormai sarà sempre irrimediabilmente, il “pessimista” per eccellenza.

palazzo LeopardiAlzi la mano chi, tra coloro che hanno ancora freschi gli studi del Liceo, non associa subito Leopardi al “pessimismo storico/cosmico”. E su, ecco uno stormo di dita levate al cielo…Certamente Leopardi era un pessimista, inutile negarlo. Un uomo assiduamente alla ricerca della felicità, un uomo che vedeva più il fallimento di questa ricerca che non un possibile esito positivo. Eppure gli studi di Giovanni Fighera possono aprire un nuovo spiraglio di riflessione sul pensiero leopardiano, facendocelo scorgere più vicino ai grandi temi della fede cattolica di quanto non si tenda a pensare, così che il poeta ci aiuta ad approfondire questi temi tanto quanto scrittori cattolici conclamati.

Come scrive Fighera, se il pensiero leopardiano ha riflessioni “similiari a quelle di un libro veterotestamentario come il Qoelet o a quelle di un autore cattolico come il Manzoni, significherà pure che c’è grande sintonia tra la visione antropologica giudaico-cristiana e quella leopardiana, almeno nelle premesse e nell’impostazione del problema”. Due riflessioni di Leopardi, filtrate dall’acuta analisi di Fighera, possono interessare chi vuole approfondire il pensiero cattolico. Due riflessioni spesso sottaciute o ignorate dalla critica.

La prima riguarda il rapporto tra il senso di vuoto e di nulla che a volte o spesso sperimentiamo nella vita, e il nostro desiderio di felicità. La seconda riguarda il rapporto tra Fede e Ragione.

Entrambe le riflessioni sono accomunate dal pensiero dell’Infinito in Leopardi, questa meta cui tende l’uomo senza però poterla raggiungere e, quindi, placare la sete della sua anima. Un pensiero leopardiano che, secondo Fighera, da troppi decenni è ingabbiato da schemi e sovrastrutture scolastiche che ne limitano la portata, e impediscono di vedere quanti spunti di riflessioni esso offre. Cominciamo dal rapporto tra questo senso di vuoto e il nostro desiderio di felicità.

il giovane favoloso 2Fighera intanto si domanda se il pensiero leopardiano, più che pessimismo, non debba essere chiamato “realismo”, in quanto il Recanatese, con analisi lucida, esplora una problematica umana assolutamente reale, concreta, dolorosa, cioè il suo bisogno di senso quando la vita sembra non poter proporre alcuna alternativa al vuoto che la permea. L’impossibilità di essere pienamente felici e soddisfatti spinge a tendere verso l’ideale, là dove i limiti della condizione umana sfumano e svaniscono.

In una lettera all’amico belga Andrè Jacopssen del 23 giugno 1823, Leopardi esprime chiaramente un’idea cristiana dell’esistenza senza che egli si professasse cristiano: “bisognerebbe o non vivere proprio o sempre sentire, sempre amare, sempre sperare”. Cos’è la vita senza sentimenti, senza speranza, senza amore?

Speranza e Carità (quest’ultima intesa non come elemosina ma come capacità d’amare) sono due delle tre virtù teologali. E la Scrittura raccomanda di desiderare un cuore di carne piuttosto che tenersi il proprio di pietra (Ezechiele 36:26; 11:19). Queste le prime esigenze che Leopardi ravvisa nell’uomo. E, mentre scorge queste esigenze, il poeta vede altrettanto bene che spesso questi desideri si scontrano col senso di vuoto, aridità e nulla che la vita offre. Vorremmo amare, ma spesso non ne siamo capaci. Se ne siamo capaci, il nostro amore non è ricambiato in modo tale da farci sentire amati. Se ci sentiamo amati, questo non basta a farci sentire felici, e il nostro cuore “sente” (proprio perché capace di sentire, o sarebbe morto) che vuole di più. E, poiché sente che vuole di più, di conseguenza spera sempre di più.

il giovane favoloso4Sentimento, speranza, amore. Che nell’uomo portano a un desiderio dell’Infinito, perché nessuna forma preconfezionata o convenzionale di sentimento, speranza o amore gli basta. L’uomo tende sempre oltre, al di là, tanto da accorgersi, a differenza degli animali, che tutto attorno a lui è finito. È talmente finito che, raffrontato all’Infinito che sente dentro sé, diventa nulla. Eppure, se non sentisse tutto questo, il cuore dell’uomo non vivrebbe affatto. Bene, sembra che Leopardi abbia centrato in pieno l’essenza della natura umana. Ma quale soluzione a questo dilemma? Come risolvere questa fame di qualcosa che non esiste o, se esiste, è irraggiungibile?

Qui l’analisi di Fighera entra nel vivo. Egli fa notare infatti che la consapevolezza di questo dilemma non diventa, in Leopardi, nichilismo o scetticismo, quanto interrogativo, che pone nella domanda a Jacopssen: “che cos’è, dunque, la felicità? E se la felicità non esiste che cos’è dunque la vita?”

Non è domanda retorica dell’intellettuale che sa già quale risposta vuole darsi e si compiace di esporla a un lettore. Davvero Leopardi si pone questo interrogativo, e lo sottopone all’amico in quanto costui affronta la questione con “ragionevolezza e profondità”. In realtà, Leopardi stesso sa dove questo pensiero lo indirizzerà: all’Ideale, la sede dell’Infinito, là dove l’Infinito trovo spazio e dove si fa raggiungibile. Ma questo presuppone un’apertura a una realtà altra, ultraterrena, trascendente, che il poeta non ha (o non vuole o non crede di avere). Tanto che il Recanatese rimpiange quell’epoca della sua vita in cui perseguiva l’Ideale, inteso non come concezione religiosa della vita ma apertura al trascendente.

Tutto ciò pone l’Uomo Leopardi, e così l’Uomo di ogni tempo, di fronte a un bivio: o chiede alla propria Ragione di aprirsi al trascendente, al divino (in qualunque forma le religioni e le filosofie a lui note lo concepiscano) o impone alla propria Ragione di rifiutarlo, rimanendo così a contemplare le proprie sconfitte, a rimirare un po’ narcisisticamente le proprie domande che non trovano risposte. È il preludio alla Conversione, o al Rifiuto. Leopardi, almeno fino a quel momento della sua vita, non sceglie la Conversione.

Ma la sua ricerca non è terminata. La risposta che il Recanatese si dà è che bisogna cercare un amore grande, immenso, in cui riversare tutto il proprio entusiasmo e la propria sensibilità, cui dedicare la vita, per riempirla di senso. Questo, a detta di Fighera, dimostra che per Leopardi di “pessimismo” non si può parlare, poiché il poeta, anche nel momento di maggior sconforto, non smette di sperare in un motivo per cui lottare, un grande amore che non ha ancora trovato. Questo grande amore, per altri autori quali Manzoni, è l’Amore per Cristo, è Cristo stesso, ma la Ragione di Leopardi sfiora questa consapevolezza senza poterla afferrare (o vede che la può afferrare ma la rifiuta). Questo ci porta direttamente alla seconda riflessione dell’analisi di Fighera, il rapporto tra Ragione e Fede nel pensiero del Recanatese.

Sulla Ragione, fa notare Fighera, Leopardi mostra di saperne davvero. Infatti, nello Zibaldone (composto dai 19 ai 34 anni di vita) Leopardi dice a sé stesso che “la perfezione della ragione consiste in conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci […] la ragione non può essere perfetta se non è relativa all’altra vita […] dopo la cognizione pertanto, non possiamo tornare alle illusioni, cioè ripersuadercene, se non conoscendo che son vere. Ma non son vere se non rispetto a Dio e a un’altra vita”.

Attenzione, ciò non significa che Leopardi stesse per convertirsi o meditasse di farlo. Non pare, almeno dai dati che abbiamo. Ma una riflessione appare chiara: la Ragione pensa la Felicità e si studia di procurarsela. Però, dalle difficoltà di questo traguardo, la Ragione capisce che, per raggiungere la Felicità, deve, prima, pervenire alla Fede.

zibaldoneDunque la perfezion della ragione (tanto rispetto a questa come all’altra vita, perché ho mostrato che la perfezione rispetto a questa vita dipende dalla perfezione rispetto all’altra) consiste formalmente nella cognizione di un altro mondo. In questa cognizione dunque consiste la perfezione e quindi la felicità dell’uomo corrotto. Dunque l’uomo corrotto non poteva essere perfezionato né felicitato se non dalla rivelazione, ossia dalla Religione […] L’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto, non può essere felice sodamente e durevolmente (quanto può esserlo quaggiù) se non in uno stato (ma veramente) religioso, cioè che dia un corpo e una verità alle illusioni, senza le quali non c’è felicità, ma ch’essendo conosciute dalla ragione, non possono più parer vere all’uomo, come paiono agli altri viventi, se non per la relazione e il fondamento e la realtà che si suppongono avere in un’altra vita […] dunque bisogna che la religione ci persuada”.

Parole, tratte dallo Zibaldone, interessantissime, in cui si possono ravvivare tre concetti-chiave, certamente da attribuire alla formazione del poeta avuta da precettori ecclesiastici, prima il gesuita don Giuseppe Torres e poi l’abate don Sebastiano Sanchini.

  1. La “cognizione” dell’esistenza di un altro mondo (idea non solo cristiana in senso religioso, ma anche platonica in senso filosofico);
  2. L’uomo è corrotto, e quindi decaduto da un precedente stadio di perfezione (Genesi e Peccato Originale);
  3. Solo la religione può rivelare questo stato di cose, poiché mostra e aggiunge, al nostro sapere, segmenti di conoscenze cui da soli, con la pura ragione, non potremmo pervenire.

Qui, Fighera fa notare quanto cristiana fosse la meta cui la mente (forse non il cuore però) del poeta tendeva. Leopardi si rese conto, già con la sola Ragione, quanto la felicità dell’uomo sia fallace e debole poiché l’uomo tende le mani per afferrarla da una condizione di corruzione, un decadimento dalla perfezione di uno “stadio primitivo”. Dio aveva creato l’uomo per non peccare e capace di non farlo, poiché sapeva che era assolutamente meglio che non peccasse, eppure per amore della sua libertà gli permise di peccare, poiché così l’uomo scelse. Parola di Leopardi. E Leopardi si rese pure conto non solo che il cristianesimo è l’unica forma di pensiero che permette di contemplare tutto ciò e dare risposta ai perché irrisolti di filosofi e poeti sulla condizione umana, ma anche che è solo con la rivelazione della religione che la Ragione può arrivare a tutto ciò. Eppure, senza l’ausilio della Fede, la Ragione non può abbracciare tale rivelazione della religione.

Come fa notare Fighera, Leopardi analizzò e sviscerò tutto questo da un punto di vista puramente intellettuale. Per Leopardi, il cristianesimo non era che il migliore rispetto a un qualsiasi altro sistema di illusioni e immaginazioni che potesse alleviare la mente dall’aridità del reale. Insomma, in qualche modo Leopardi non volle mai accogliere il dono della Fede. Non sappiamo se mai lo domandò in preghiera, ma scelse di non credere.

Come scrive Fighera, il giudizio della Ragione, in Leopardi, non è “supportato dalla efficacia della affettività e dell’esperienza”. Anzi il poeta prese le distanze da quel cristianesimo della madre per il quale era meglio morire, non vivere piuttosto che peccare (“la morte ma non i peccati” dirà anni dopo San Domenico Savio, al quale però San Giovanni Bosco disse che uno dei segreti della Santità era l’Allegria, cosa che avrebbero dovuto dire pure ad Adelaide Antici e al figlio Leopardi). Il poeta amava troppo la vita (o meglio, il desiderio di vivere, di lottare per la vita) per poter abbracciare un simile cristianesimo, una simile concezione della religiosità carica di ricordi funesti di una madre anaffettiva.

Così, per ragioni che la psicoanalisi avrebbe sviscerato bene, non rispose mai alla chiamata di Cristo, che sta dietro la porta del cuore e bussa. Eppure… l’atto di morte nella Chiesa Annunziata a Fonseca di Napoli recita: “A 15 giugno 1837 Don Giacomo Leopardi conte figlio di Don Monaldo e Adelaide Antici, di anni 38, munito dei Santissimi Sacramenti, a’ 14 detto mese, sepolto id. Deceduto Vico Pero n. 2”. Morì con il Sacramento dell’Unzione degli Infermi. Prova di una conversione in punto di morte? Alla fine il poeta accolse il dono della Fede, sì da abbracciare quanto la Ragione già aveva ritenuto credibile e logico?

Il padre Monaldo, sopravvissuto al figlio, dispose nel proprio testamento che si facessero celebrare, in perpetuo, dieci messe ogni 14 giugno, in suffragio per Giacomo. Segno che si è salvato? Non ci è dato saperlo. Come suo padre, io da cristiano posso limitarmi solo a sperarlo.

*Claudio S. Gnoffo.Dottore con master di II Livello in Neuroscienze e Alta Formazione. Docente in Lingue Straniere, Critico letterario, Editor, Scrittore, Illustratore. Oltre a collaborare col bandolo.it, scrive per varie testate e realizza le vignette satiriche :“LaLaPa Stories” per il sito www.lalapa.it. Ha all’attivo una vasta produzione poetica e alcuni romanzi. Il più recente – Le straordinarie vite di Angela –  è stato presentato al pubblico sabato 16 u.s. 

NB: Le foto inserite nell’articolo sono tratte da fotogrammi del film “Il giovane favoloso” incentrato sulla vita di Giacomo Leopardi. L’attore Elio Germano interpreta il Poeta.

 


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