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La comunicazione “mafiosa”
utile sintesi per una difficile sopravvivenza

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di LUIGI Gf. CONSIGLIO*

Circola da tempo un luogo comune che disapproviamo fermamente, cioè che la Sicilia sia terra di mafia. Romanzi, film, documentari, TV si prestano a diffondere questa leggenda che respingiamo con sdegno poiché, da sempre nel tempo, questa terra ha avuto martiri immolatisi per contrastare tale fenomeno delinquenziale simile ad un cancro.

Oggi è anche diffusa una cultura antimafia che trascende nel business a cui il Bandolo non ha mai aderito, ritenendo che la confusione dei ruoli crea zone d’ombra. Ciò non di meno, coerente alla propria missione culturalmente generalista, e nella consapevolezza di essere  fuori da circuiti stereotipati pensa che potrebbe essere utile pubblicare le seguenti note. Esse possono essere intese come una sorta di vocabolario per sapersi “catamiare” ovvero districarsi nell’ambiente isolano, guardingo con gli estranei anche se apparentemente socievole. D’altronde ciò è giustificato dal fatto che molta parte della popolazione è consapevole di vivere in un ambiente spesso confinante inopinatamente con il suburbio malavitoso, ancorché camuffato.

A questo punto si deve fare una distinzione fondamentale: Il dialetto siciliano è una cosa e il gergo della malavita e della mafia è un’altra cosa, sebbene la comune fonetica tende a frammischiare.

Come ricorda Bent Parodi di Belsito nella preziosa introduzione a “U parrari cummigghiatu” di Giuseppe Mannino “Ogni gruppo sociale ha un suo gergo: si pensi al lessico politico – il politichese – alle varie parlate professionali”. E se, agli stili che si riscontrano nella stesura di atti giudiziari o notarili consideriamo anche il gergo scientifico, tecnico ecc non possiamo non prevedere che esista anche quello criminale che si avvale di lontane allusioni oltre che di parole o di frasi che nel dialetto siciliano sembrano maggiormente colorite.

Nell’ambito del vernacolo isolano si possono estrapolare infatti alcune frasi o parole che fanno parte di un gergo malavitoso che alcuni studiosi (Pitrè, Calvaruso, Ferrero, Mannino, Passarello, ecc) hanno chiamato “baccagghiu” o “parrari cummigghiatu” cioè “parlata nascosta dagli enigmi” coi quali è composta.

Oggi giorno la mafia è dappertutto: fra i colletti bianchi della Milano industriale e finanziaria come nella Capitale, fra i palazzi della politica. E’ presumibile che gli stili comunicativi tipicamente mafiosi  possano applicarsi in altre regioni del nord  o del centro come sono internazionali sebbene ingenuamente candidi gli atteggiamenti fra i compagni che giocano una partita a Briscola. Sicuramente fra i componenti della Ndrangheta calabrese, Sacra Corona Unita pugliese, e Camorra campana esiste una similare chiave di lettura, meno candida, più mirata ed allusiva ove il Calvaruso, nel suo “U baccagghiu” riscontrava un  campionario delle figure retoriche stilistiche presenti nel gergo mafioso: metafore, metonimie, sineddoche, perifrasi, ironie, iperboli.

Se al gergo si coniuga lo stile di una comunicazione umana particolarmente caratterizzata da ammiccamenti, occhiate, avremo ciò che il compianto prof. Giuseppe Passarello chiamava “Il parlar cortese dei mafiosi”. Qui di seguito pubblichiamo alcune sue note sull’argomento.

“E’ fuor di dubbio che oggi il cosiddetto mafioso non è facilmente individuabile a causa delle abili mimetizzazioni e delle innumerevoli sfaccettature che caratterizzano l’intero fenomeno.

Vignetta Mafioso 2 (4)Alla figura stereotipata del mafioso di campagna di un secolo fa, arbitro delle liti fra paesani o dell’assegnazione delle “zappe” d’acqua per l’irrigazione, ora borioso, ora umile e di poche parole, che si esprime a gesti , ad ammiccamenti con lunghi silenzi tanto più significativi quanto più lunghi, affiancato dagli immancabili guardiaspalle, oggi si è sostituita l’insospettabile figura dell’uomo comune, gentile, importante per sé o per le amicizie che vanta, che può trovarsi ovunque, in una banca come solerte impiegato o in una tenuta agricola, in una agenzia d’affari o in un ufficio elettorale ad organizzare campagne per un politico.

Vignetta Mafioso 1 (1)Se ne possono incontrare quindi tanti e dovunque, senza essere sfiorati da alcun sospetto. Ma a anche quando si incontrano quelli che mafiosi o delinquenti sono con certezza assoluta, a prima vista si prova sempre incredulità e stupore abituati come siamo ai mafiosi “truccati da mafiosi” che vediamo al cinema o in TV, gravi, incapaci di sorridere, con l’immancabile coppola, assolutamente improbabili e non inquadrabili in alcuna tipologia dell’uomo di oggi.

[…] Col trascorrere del tempo il mafioso si è evoluto nella sua figura esteriore ma anche nel modo di comportarsi ed esprimersi.

Il suo lessico che sino ad ieri si reggeva su metafore, su allusioni su eufemismi dall’apparenza innocua ma terribilmente gravidi di minacce e pericoli mortali, oggi è diventato oggetto di studio o materia per costruire macchiette ridicole che come si è detto certo cinema e certa televione ci ammanniscono ancora. Il tipico linguaggio mafioso di un tempo non remoto era detto, nel suo complesso bbaccagghiu, parola di incerta origine etimologica; forse deriva dal nome del morso che si mette in bocca agli equini per intendere che ogni espressione orale deve essere controllata a dovere.”    

Esistono in commercio degli ottimi dizionari di siciliano-Italiano ma sarà difficile riscontrarvi le”frasi fatte” che sottintendono qualcosa di diverso da ciò che esprimono lessicamente e semanticamente e che sono abitualmente adoperate dalla malvita. Facciamo qualche esempio:

Sentirisi a cavaddu, sentirsi a cavallo ovvero sentirsi sicuri perchè armati quindi superiori come montati su un cavallo.

Accura o’ taccu; sii cauto, non fare rumore ( coi tacchi delle scarpe);

Ci su aceddi i malu tempu, ci sono in giro poliziotti, sbirri, il clima del territorio si sta guastando

Attaccarisi i cani, prepararsi a difendersi

M’azzupparu u cani, mi hanno contagiato (malattia venerea) per cui non posso andare a caccia…col cane.

Ammogghiala, Tanu !  Finiscila, Gaetano ! Non hai argomenti validi per condurre le tue tesi.

Già feti ra testa E’ da considerarsi morto, di più, già in decomposizione come il pesce avariato che comincia a puzzare dalla sua testa.

Pezzu ri novanta. Persona autorevole, che ha influenza notevole come il calibro di alcuni cannoni della grande guerra.

Ficiru a pasta ch’i sardi.  Fecero mischia, si azzuffarono. Si immagina come nella ricetta della nota “Pasta con le sarde”, gli ingredienti vengano mischiati fra loro.

Omu ri panza. Persona molto discreta, che sta tenere i segreti nel più intimo, in pancia.

Pari nna cacocciula. Si dà arie da carciofo.Vuole sembrare di appartenere ad una cosca perché il carciofo ha le foglie molto vicine, come gli aderenti ad una cosca.

Canciari l’acqua a l’aceddi. Mingere.

Fari ‘u cappottu. Uccidere. Predisporre la bara, come un cappotto.

Manciari pruvulazzu. Inseguire inutilmente una persona.

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Luigi Gf. Consiglio. Dottore in Economia, già docente a contratto per “chiara fama” e per oltre un decennio di Tecniche di Comunicazione giornalistica e Marketing del territorio per i BBCC, al glorioso Istituto Superiore di Giornalismo presso l’Università di Palermo. In atto, Vice-presidente Dipartimento Sicilia ANS-Sociologi. Filantropo. Presidente Ass.Cult no profit “Il Bandolo”, Centro Studi & Gruppo Editoriale, aderente all’ANCeSCAO di Bologna. Direttore editoriale di questo periodico-web. 


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