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Grafia e Calligrafia

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particolare della classica asticciola con il pennino

particolare della classica asticciola con il pennino

Un vecchio proverbio recita: “Chi non conosce la propria scrittura è asino di natura“. Sarà capitato anche a voi che avete preso qualche veloce appunto in un foglietto e, dopo qualche giorno, fortunati che lo avete ritrovato, non siate stati capaci però di rammentare né decifrare quanto scrittovi sopra.

     Succede perché non avete curato negli anni la vostra grafia. L’avete imparata durante le prime classi elementari e avete creduto che ciò sarebbe stato sufficiente per tutta la vita. Poi, i nuovi sistemi di comunicazione, prima la macchina da scrivere, poi il Pc infine il tablet col suo bravo sistema touch vi hanno fornito l’alibi per non mettere più una penna in mano, nemmeno quando un dignitoso barbone ve ne ha offerto tre al prezzo di una.
Prima che della penna e della scrittura resti solo un ricordo vorremmo riproporvi una breve carrellata storica nella speranza di riaccendere in voi quella innocente curiosità, forse infantile, che vi animava quando dopo le prime rudimentali aste avete pazientemente imparato l’alfabeto e poi ancora la composizione delle sillabe e delle parole e finalmente avete potuto vergare con la vostra mano la prima letterina, quella di Natale ai genitori, condividendo con loro la gioia di una conquista. Che soddisfazione!
Si imparava a scrivere con la matita, la si doveva tenere bene fra il pollice e l’indice della mano destra, (guai ad usarla con la sinistra), se cadeva e si spuntava, poco male, le si rifaceva la punta, con l’apposito tempera lapis. Il secondo step era la scrittura con l’inchiostro. Che emozione ! Il calamaio già inserito nell’apposita cavità del banco di abete era riempito di inchiostro nero dal bidello mentre nell’astuccio di legno dal coperchio scorrevole, che ogni scolaro portava seco nella cartella, si trovavano due asticciole ed alcuni pennini. Il pennino si inseriva nell’asticciola, e poi in bocca per umettarlo con la saliva (solo la prima volta, leggenda metropolitana voleva che così facendo, il pennino scorresse più fluidamente sulla carta) poi ovviamente si intingeva nel calamaio. Ogni tanto, alle prime volte si invertiva l’ordine e ci si sporcava con l’inchiostro tutta la bocca ed anche il colletto bianco che si stagliava sul grembiule fortunatamente di colore nero
I quaderni in cui si scriveva erano diversi a secondo se fossero per la prima elementare, per la seconda o per la terza o per la quarta. Ciò che li rendeva diverse era lo spazio fra le righe dove bisognava scrivere, più largo per prime classi e via via più stretto per le altre. Tra le prove di scrittura vi era il copiato, e il dettato. Ogni perfomance era utile al maestro per verificare le potenzialità e le capacità dello scolaro. Tutto poteva migliorare. Col copiato la grafia, con il dettato la velocità di scrittura.
Ovviamente la grafia che si imparava nelle prime classi elementari non era la calligrafia. Questa materia era argomento di studio negli istituti professionali e tecnici che avrebbero formato addetti alle segreterie, alle fatturazioni o al magazzino. L’insegnamento della calligrafia, dal greco calos, bello e graphia, carattere, come ci ricorda il Treccani, è quell’arte che “ insegna a tracciare la scrittura in forma elegante e regolare” per cui si imparava anche la diversità degli stili (oggi si chiamerebbero font) come il gotico, l’inglese Copperplate e molti altri che venivano compendiati in schede da ricopiare pazientemente; ognuno di essi prevedeva l’uso di un pennino specifico. Negli anni ’60, con grande gioia degli studenti la disciplina è stata soppressa. Resta però sempre il ricordo della Prof. Olga Pace Bruccola, mitica docente palermitana d’allora, una delle migliori d’Italia.
La grafia era importante nel consorzio civile dove le relazioni sociali erano epistolari e la memoria si basava su documentazioni scritte. I biglietti che accompagnavano i cadeaux erano vergati a mano con un pensierino e cosi pure quelli di auguri, le cartoline illustrate o postali preaffrancate; le lettere, da quelle commerciali a quelle d’amore impegnavano le due parti anche dal punto di vista emotivo ed occorreva che fossero ben scritte. Era inimmaginabile che si ricevesse una lettera vergata in modo indecifrabile; sgrammaticata può darsi ma illeggibile mai. Oggi il problema non si pone perché tra sms, telegram e whatsapp, sistemi di comunicazione immediata fra utenti web, non è necessaria alcuna cultura.
Un tempo, negli uffici pubblici dello Stato esistevano appositi “amanuensi” dedicati alla scrittura a mano di atti su pre-stampati. C’è un celeberrimo film del 1959 di Mario Soldati, “Policarpo, ufficiale di scrittura” ambientato nei primi anni del sec. 20°; esso pone l’attenzione sul dramma della categoria impiegatizia degli amanuensi, quando la macchina da scrivere viene adottata negli uffici provocando il “mobbing” fra coloro che erano restii ad adoperarla. La civiltà fino a quel momento si era mossa con la carta e la penna così per stilare  testamenti, donazioni, impegni di fidanzamento, matrimoni, ecc. per cui l’inserimento creò un attimo di sgomento nella routine tradizionale degli impiegati.  La storia si è ripetuta, come spesso succede senza che si prenda coscienza di questi ritorni, quando c’è stata l’immissione dei Computer in tutti i posti di lavoro pubblici e privati, uffici e fabbriche, durante gli anni ’80 col fenomeno chiamato office automation e il consequenziale licenziamento di tanta gente sacrificata sull’ altare del progresso.
Questo articolo ed altri che seguiranno sulla validità della scrittura non vuole essere una contestazione all’inevitabile progresso ma anche omaggio a coloro che a causa del progresso hanno sofferto umiliazioni nei posti di lavoro. Luigi Gf. Consiglio


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