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Donne di talento – 3
Teodora, la rivalsa a scopi sociali

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La ghirlanda di personaggi femminili che stiamo via via componendo ha una caratteristica: le donne di cui si parla sono l’emblema di raro e particolare talento. Le loro azioni e la loro vita si è svolta nel segno di una dignità femminile che si è fatta “notare” per alcune peculiarità e ciò in misura maggiore, per i tempi in cui sono vissute.

 

Basilia di San Vitale a Ravenna: mosaico con Teodora e le due sorelle ( alla sua sinistra)

Basilica di San Vitale a Ravenna: mosaico con Teodora e le due sorelle ( alla sua sinistra)

Il loro agire era motivato, oltre che un senso di rivalsa anche da una sorta di ribellione alla tradizione che pretendeva la donna asservita ai capricci degli uomini. Le più fortunate riuscivano ad affrancarsene e talune anche ad indicare un esempio da seguire.
Se è vero che, come si dice, “dietro un grande uomo si cela spesso una grande donna”, il più famoso caso che dà ragione a questo vecchio adagio è quello relativo a Teodora, Basilissa di Bisanzio e moglie amatissima di Giustiniano Imperatore. La sua fortuna fu quella di far breccia nel cuore del suo uomo che se ne invaghì perdutamente ricoprendola letteralmente d’oro e di onori .
Fenomeno insolito e quindi da evidenziare ai nostri fini è lo sviluppo di una moralità in questa donna che pur avendo all’inizio della sua relazione, come si suppone, adoperato innate e affascinanti arti seduttive, esaltate dalla sua procace e giovanile avvenenza, riesce, durante la lunga relazione matrimoniale a diventare esempio di virtù senza pari sì che le sue azioni sembrassero riscatto e catarsi.
Figlia minore di Acacios, un guardiano di orsi prematuramente mancato, trascorse la prima infanzia nell’indigenza mentre la madre, si prostituiva al fine di sostenere alla meno peggio la famiglia rimasta, lei e due sorelle. Trascorse quindi l’adolescenza nei pressi nell’equivoco ambiente della casbah bizantina o del caravan serraglio annesso all’ ippodromo di Costantinopoli, mentre alternava giocoleria con animali a danze e ai mimi – i c.d. “quadri viventi” – ma la giornata si concludeva ineluttabilmente col mercimonio di se stessa. L’ippodromo era un estesa struttura dedicata alle gare sportive, alla corsa con le bighe ma anche come agorà per patrizi e plebei, schierati in due fazioni, azzurri e verdi, che frammischiavano il tifo sportivo con le rivendicazioni sociali. Era importante per gli abitanti del luogo e delle contrade vicine perché rappresentava un utile spiazzo per le adunate popolari. Invece, lo spettacolo dei quadri viventi era molto erotico, una specie di spogliarello ove i veli che coprivano danzatrice venivano abbandonati gradatamente al suono della cetra e mentre la luce delle torce si affievoliva, lei restava nuda al buio mentre il pubblico andava in delirio.
Teodora, se vogliamo credere al ritratto che di lei ne tratteggia Procopio non poteva definirsi una bella donna ma era un “tipetto” dotato di molto sex appeal e fu grazie a tale dote che fece breccia nel cuore di Giustiniano che usava celarsi fra la folla per rendersi conto di cosa si dicesse in giro. Presumibilmente si conobbero in occasione di una sua performance e lo stagionato giovanotto – scapolo di quarant’anni – ne rimase letteralmente sedotto. Si suppone che avesse apprezzato la sua tempra e l’intelligenza più che il fisico. Pur essendo il nipote prediletto dell’imperatore Giustino I e non mancandogli pertanto occasioni per sposarsi, Giustiniano era di carattere misogino; s’innamorò così passionalmente di Teodora che pregò lo zio di abrogare una legge costantiniana che proibiva lo sposalizio dei funzionari statali con ballerine o cortigiane. Così fu fatto e durante il fidanzamento Teodora condusse l’esistenza defilata ed ineccepibile di tessitrice di lana onde poter ricostruire la sua immagine ed essere nominata “patrizia”. Nel 525 si unirono felicemente in matrimonio.
Teodora aveva circa ventitre anni, bollati da un vissuto sofferto a cui sperava poter mettere fine. Ma cos’era successo di così grave negli anni precedenti il suo incontro? Insoddisfatta della sua attività ludica che il più delle volte si concretizzava in meretricio, aveva creduto di trovare serenità divenendo concubina di Ecebalos, un siriano che la condusse seco, in Libia ove era stato inviato come funzionario di Roma. Dopo la nascita di una figlia, però la relazione s’interruppe e Teodora se ne scappò con la bambina per tornare a Costantinopoli. Lungo la strada pensò bene di affidare la figlia alle cure di una famiglia di Alessandria con la promessa di tornare a riprenderla. ( e mantenne la promessa prima della fine dei suoi giorni ma la figlia era, nel frattempo, deceduta). Nelle more, perciò per sopravvivere in Egitto, Teodora ebbe l’occasione di frequentare Timoteo patriarca “monofisita” divenendo una cristiana devota sebbene non allineata alla chiesa di Roma. Fu aiutata quindi a rientrare, nel 522 a Costantinopoli dove quasi subito per una circostanza fortuita avrebbe incontrato Giustiniano.
Teodora dunque divenne Basilissa ovvero Imperatrice. Da quel giorno rinacque ad una nuova vita destando certamente la meraviglia e l’invidia dei cortigiani per come una donna salita così rapidamente da una condizione infima abbia saputo adattarsi al suo rango con tanta disinvoltura. Ma lei fu intransigente, prima con se stessa e poi con gli altri. I segni di rispetto alla sua persona erano studiati appositamente e particolarmente accentuati perché diceva: “in me bisogna onorare prima l’imperatrice, poi la donna” allo stesso tempo, curava che i rituali di corte fossero sempre adeguati.
Ne stiamo parlando, in questa collana di storiche perle femminili perché Teodora rappresenta una figura unica, per tempra, per intuito, per saggezza e per la partecipazione nelle decisioni politiche dell’imperatore.

Esempio eclatante di questa presenza è quella legata alla riforma giuridica in favore delle donne più sfortunate. Nella stesura delle Novellae che aggiunte al Corpus Iuris costituiranno la base del rinnovato ordinamento giuridico dell’impero, si ritrovano una serie di norme rivoluzionarie per quei tempi: la proibizione dell’adescamento e dello sfruttamento della prostituzione, la soppressione del giuramento delle attrici di abbandonare la professione in caso di matrimonio, la scomparsa dell’ odioso imperio sulla donna e equiparazione delle figlie femmine ai fratelli nel diritto ereditario. A ciò affiancò meritorie iniziative personali contro il prostituzione, rimborsando i padroni dei lupanari i soldi da loro spesi per acquistare adolescenti povere o giovani prigioniere di guerra. Queste furono reinviate alle loro famiglie con una piccola dote ed abiti nuovi. Inaugurò infine un convento – detto della Metanoia – per le prostitute pentite. Insomma Teodora divenne la massima autorità in materia di moralità, confortata da una schiera di monaci monofisiti che vedevano in lei un’anima tormentata da incancellabili ricordi, una donna che aveva conosciuto l’inferno.

I rapporti coniugali erano sereni nonostante gli intrighi di corte e quando i patrizi azzurri tentarono un colpo di stato – la rivolta di Nika, proprio durante un’adunata all’ippodromo – lei con l’aiuto della fazione verde e del generale Belisario salvò il trono al marito.
Memorabili furono le parole cariche di dignità che gli rivolse per infondergli coraggio quando preso dal panico stava per fuggire dal palazzo reale: “ La fuga è riprovevole . E’ insopportabile per un sovrano perdere la propria dignità per sopravvivere. Prego il cielo che non mi faccia vivere senza diadema e senza porpora…se tu, o Cesare, insisti nel voler fuggire, orsù, i tesori non ti mancano e le tue navi nel porto. Ma attento che il tuo cercar la vita non ti porti ad incontrar la morte: dico, per me, delle parole antiche: il trono è la più bella tomba”. Belisario sconfisse i rivoltosi ma Teodora non campò per molto tempo perché un tumore la corrose portandola alla morte. Giustiniano le sopravvisse per 17 anni ma oramai era l’ombra di se stesso.  Mentre il regno voluto da Teodora perdurò sino al 1453; l’impero romano d’occidente era scomparso da oltre un millennio


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