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EMPATIA,QUESTA SCONOSCIUTA
dote personale che può coltivarsi

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di GIOVANNA FILECCIA*©

theodor lipps

Theodor Lipps (1851 – 1914)

Il termine “empatia” indicava per i greci il rapporto emozionale che legava l’autore-attore-cantore al suo pubblico. Alla fine dell‘800 fu utilizzato dal filosofo e psicologo Theodor Lipps  quale attitudine al sentirsi in armonia con l’altro.

Possiamo distinguere l’empatia positiva: per la quale si intende la capacità del soggetto di con-gioire, saper cogliere la gioia altrui, e l’empatia negativa di chi, viceversa, non riesce a empatizzare rispetto alla gioia altrui: ciò accade quando un’esperienza fa da barriera, l’esempio potrebbe essere quello della perdita di una persona cara, che impedisce all’individuo di condividere la gioia dell’altro.

Ma, non solo gioia percepisce l’empatico: anche il dolore e la sofferenza… lui sa ascoltare quando l’altro ha bisogno di sostegno, solidarietà e aiuto.  Ben diversa dai sentimenti di pietà umana e di compassione, l’empatia è una virtù, una disposizione d’animo rivolta al bene dell’altro in una situazione di complicità, di parità suscitata dall’immedesimazione. Ma qual è il meccanismo che accende tale virtù in un individuo?

Chi entra in empatia con il prossimo fa un passo avanti verso l’altro perché fa un passo indietro dentro se stesso: fare un passo indietro, non è una ritirata, né un gesto di vigliaccheria; non è un segno di debolezza, né di sottomissione; non è paura, né un gesto di ritrosia. Il fare un passo indietro permette di mettersi in sintonia con l’altro, di immedesimarsi nei perché del suo comportamento, nei quanto del dolore, nei come della sofferenza, nei quando della gioia, per poi fare un passo avanti e prestare le sue orecchie, le sue braccia, tendere la sua mano, e donare un sorriso; alleggerire gli altrui fardelli, condividere gli altrui traguardi.

Per lo più viviamo in un mondo in cui a ciascuno importa solo di se stesso, un mondo in cui se qualcuno chiede all’altro: “Come stai?” neanche aspetta risposta alla domanda che, per gentilezza, ha posto: non è forse questo un paradosso?

Jeremy Rifkin (1945-)

Jeremy Rifkin (1945-)

E poi c’è l’altra faccia della medaglia: il mondo è fatto di specchi che riflettono immagini uguali alle nostre: secondo lo statunitense Jeremy Rifkin, in un saggio del 2010  intitolato La civiltà dell’empatia, l’uomo moderno è naturalmente predisposto all’empatia, intesa come capacità di immedesimarsi negli altri –genere umano o animale – attraverso i cosiddetti “neuroni specchio”, così da sentirne le sofferenze, le gioie, le fatiche ecc. Secondo Rifkin «sono circa 20.000 anni che non siamo più “homo sapiens-sapiens”, ma “homo empathicus”: leghiamo tra di noi, socializziamo, ci occupiamo l’uno dell’altro, siamo cooperativi […] Ci basiamo su tre colonne portanti per il nostro benessere: la socializzazione, la salute (igiene e sanità, nutrizione), e la creatività. Quando una di queste tre colonne viene a mancare, o l’empatia è repressa, vengono fuori i nostri alter-eghi, da cui la violenza, l’egoismo, il narcisismo ecc.»: tutti sentimenti negativi che annullano la capacità dell’individuo di sintonizzarsi con il prossimo.

Per basare il nostro benessere su le tre colonne di cui parla Jeremy Rifkin, dovremmo innanzitutto chiederci ‘come’ viviamo il tempo che ci è concesso: se siamo consapevoli che la nostra vita, in rapporto all’infinita linea del tempo, è poco meno di un soffio, poco meno di un respiro che si interseca con altri respiri, con altre mani, piedi, occhi, orecchie, bocca, naso… Ma come utilizziamo i nostri organi di senso?Sappiamo ascoltare al di là di noi stessi? Sappiamo vedere al di là del nostro naso? E poi c’è l’intuito, il senso che ristagna sottopelle e ci avvertedi alcune percezioni, come la paura o il disagio, con un prurito alla nuca, un dolore alla bocca dello stomaco, un’alterazione del ritmo cardiaco, ci invia una serie di vibrazioniche, indirettamente, coinvolgono gli altri sensi.

Empatia e simpatia (1)

Empatia e/o simpatia ?

Probabilmente il meccanismo che accende l’empatia avviene proprio nel momento in cui si è capaci di affidare al proprio ‘intuito’, gli altri sensi e lasciarsi guidare verso la persona che si ha di fronte con spontaneità e naturalezza e, soprattutto, senza giudicarla. Però spesso si scappa dall’altrui dolore, dall’altrui sofferenza, dall’altrui gioia.

È pratica comune scappare a gambe levate quando si avverte che l’altro potrebbe avere bisogno di aiuto, o anche solo di una parola di conforto, o di un sorriso. Purtroppo molti all’affiorare del “bisogno altrui” piuttosto che tendere la mano, e fare un passo avanti, voltano le spalle e scappano, corrono, si precipitano, più lontano che si può da te-da me-da noi-da loro… e qui si crea un altro paradosso del nostro tempo: queste persone c’è da comprenderle, lorosi allontanano per tutelarsi, per proteggersi! Ed ecco che avviene… l’empatia al contrario! Queste persone che scappano, bisogna pur capirle!

Siamo davvero Homo empathicus, come sostiene Rifkin? In tutta onestà pare il contrario: sembra che il processo di chiusura verso l’altro sia in graduale avanzamento. Magari siamo assuefatti al dolore virtuale? (quello, per intenderci, che vediamo attraverso il telegiornale). O magari si tende a reprimere l’empatia? Eppure, quale sia il motivo del fenomeno “braccia conserte”, è dannoso, per la società tutta, non fare quel passo indietro per mezzo del quale, poi, si è capaci di fare un passo avanti.

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da “Forrest Gump”

Se, come afferma Rifkin, l’empatia si sviluppa ‘anche’ quando avvertiamo il benessere interiore perché sostenuti dalle tre colonne portanti, allora sarebbe il caso che quando una tra socializzazione, salute e creatività viene a mancareimpedendoci di gioire o aiutare l’altro-, ognuno indaghi in modo autonomo, personale e cosciente per individuare quali colonne portanti si debbano riconquistare. Certo non è facile ma riuscire a focalizzare il punto debole di una, o più, colonne portanti del nostro benessere è già un riconoscere il deficit e agire: che sia un posto in società, o un problema di salute, oil bisogno di dar sfogo alla propria creatività, o ancora un lutto, o una delusione, o altri mille problemi, il ripristino della colonna portante diventa necessità non solo per sé ma anche per l’altro, per stabilire una sintonia con il prossimo.Spesso, chi ha superato gli ostacoli riemergendo alla vita, ha sviluppato una maggiore sensibilità; chi ha superato i problemi e ce l’ha fatta, ha sviluppato la facoltà a immedesimarsi fino a gioire con l’altro riuscendo, anche, a mettere da parte l’invidia.

Scendere a patti con se stessi: è questo il modo in cui potersi aprirsi all’ascolto e alla comprensione. Ma affinché l’essere umano sia partecipe delle azioni, emozionie sentimenti dei suoi simili, deve spogliarsi di se stesso, e vestirsi di generosità d’animo. L’empatia, come anticamera dell’amore e dell’altruismo, potrebbe essere la chiave giusta per aprire gli animi alla gioia del condividere al sentirsi in armonia con l’altro. Certo questo metterà a riposo l’ego ma farà affiorare quella parte che si nutre di gioia altrui: non dimentichiamo che l’atto del donare arricchisce anche colui che dona…

*Giovanna Fileccia. Poetessa e scrittrice di romanzi e saggi. Già membro della autorevole giuria del Premio regionale  “Sicilianamente” a cura del CRAL Regione Siciliana che Il Bandolo si pregia di sponsorizzare già da qualche anno. Responsabile del sito www.giovannafileccia.wordpress.com, utile per mostrare ai visitatori l’eclettismo che la connota nel campo letterario, e che le ha fruttato importanti riconoscimenti e premi; ( suo è il neologismo “Poesia sculturata”). 


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'EMPATIA,QUESTA SCONOSCIUTA' ha 6 commenti

  1. 19 febbraio 2017 @ 19:47 veronica giuseppina billone

    Ho condiviso l’articolo sul nostro “Cafè Letterario” così da aver modo di discuterne ampiamente.

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    • 27 marzo 2017 @ 10:20 Pippo La Barba

      Per me, cattolico convinto, l’empatia è la relazione con l’altro, sapere cogliere in ogni persona il lato buono, che esiste: basta cercarlo!

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  2. 21 febbraio 2017 @ 8:05 Silvio Della Corte

    Concetti espressi in modo semplice e ricco di implicazioni in tantissimi campi, primo fra tutti – deformazione professionale!- quello della Formazione e della Istruzione. Esposti in modo sintetico ma chiari e fruibili. Interessante, infine, l’ atteggiamento delle …”braccia conserte”. Rileggerò così come consiglio di fare.

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  3. 21 febbraio 2017 @ 18:54 giovanna la bua

    Non avrei mai supposto una sua capacità di analisi su un argomento così filosofico. I suoi interessi sono molteplici. Complimenti !! Giovanna La Bua

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  4. 6 marzo 2017 @ 7:13 Antonino Schiera

    Questa analisi riguardo l’empatia, è chiara e lineare ed oltremodo interessante. Mi si permetta di aggiungere il mio sintetico pensiero riguardo questo argomento. Penso che oltre alla capacità di ascolto ci si debba, in generale, esercitare nel piacere della comunicazione che, come giustamente indicato, non deve essere mono direzionale (per la serie parlo solo io perché sono al centro del mondo), bensì bidirezionale. La comunicazione empatica coinvolge tutti i sensi e utilizza, sia il canale verbale, che quello non verbale per finire con quello paraverbale. Nel momento stesso in cui due o più persone che comunicano, vengono pervasi da sentimenti gioiosi e comunque dalla soddisfazione della conoscenza, ecco che si entra nel virtuoso circolo dell’empatia, che permette di ricordare le cose dette e le persone protagoniste.

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  5. 20 ottobre 2017 @ 11:20 giuseppe scrivano

    Disamina ben articolata ed esaustiva di un fenomeno insito nella natura di tutti gli esseri viventi, mondo animale e mondo vegetale compresi, per i quali è assolutamente naturale, per il mondo degli umani è invece un po’ più complicato, pertanto questa disamina si rende necessaria, anche se per quegli elementi più superficiali, in forma grossolana risulta inconsciamente innata. Credo che per uno “spirto gentil” l’empatia sia un fenomeno innato in senso lato e non abbia bisogno di alcuna dissertazione.

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