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1575: Peste a Palermo

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di BERNARDO PULEIO*. Una violentissima pestilenza si abbatté su Palermo e la Sicilia tra il 1575 e il 1576: le fonti storiche fanno riferimento ad un’imbarcazione infetta che attracca prima a Sciacca e poi, nel mese di giugno del 1575, a Palermo (Cfr. F. PARUTA- N. PALMERINO, Diario della città di Palermo, in G. DI MARZO, Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, [Palermo 1869],p.62)
Il capitano della nave avrebbe praticato con una prostituta, tale Maltesa, nella zona di S. Domenico. Il protomedico era il dottissimo Giovanni Filippo Ingrassia che si era laureato a Padova nel 1537.

Particolare di quadro raffigurante malati di peste

Particolare di quadro raffigurante malati di peste

Alcuni giorni dopo lo sbarco della nave infetta, la prostituta e il suo amante, De Panicola che, infocato d’amore, la baciò, benché gravemente infetta, muoiono. (G. F. INGRASSIA, Informatione del pestifero et contagioso morbo: il quale affligge et have afflito questa città di Palermo, Palermo 1576, p. 39)
La nave sospetta giunge a Messina, infettando la città, costringendo ad una disperata fuga, verso Palermo, il Parlamento, lì riunito: nella città dello stretto, dei 22 medici in attività ne morirono ben 17.
Il problema di tutta questa ricostruzione è che la nave infetta non è mai esistita, si tratta di un comodo capro espiatorio, inventato dalle autorità politiche per individuare un colpevole, lontano e irraggiungibile.
E’ proprio l’Ingrassia che sembra suggerire questa indicazione: I) nessuno degli uomini dell’equipaggio della nave fu mai colpito dalla peste; II) nessuno è in grado di dire se veramente il capitano abbia praticato con la prostituta palermitana, III) i primi casi sospetti, nella misura di 8-10, durante il primo mese, non costituivano reale allarme sanitario perché era normale che, in una città abitata da molti poveri come Palermo, una decina di persone, mensilmente morisse recando segni di possibile contagio.
Anche a Sciacca, d’altronde, la popolazione era terribilmente stremata dalla fame: è la carestia che uccide e provoca stragi.
Tra le altre concause, l’Ingrassia ricorda l’insalubrità dell’aria per gli acquitrini puzzolenti, le poltronerie (i resti) di tonno presso la zona dell’Acqua dei Corsari, l’incuria dei maestri di mondezza che non attendono ad altro che a riscuotersi il suo salario.
I medici palermitani si tassarono per aiutare i poveri: in pochi mesi, la peste aveva ucciso più di mille persone e, nel solo mese di settembre del 1575, in media, tredici persone morivano, ogni giorno, soprattutto nel quartiere di Cevalcari (il Capo).
Le autorità cominciarono a prendere i loro provvedimenti. La città fu chiusa, con eccezione della porta di Termini.
I malati furono rinchiusi nel lazzaretto della Cuba (spesso indicato nelle fonti ufficiali col nome di Cubba).
La Cuba era un edificio eretto da maestranze arabe nel 1182 (ne fa menzione anche il Boccaccio nel Decameron, V, VI), collocato fuori città ed adibito, per volontà dell’Ingrassia ad ospedale (sarebbe poi diventato una caserma, nel diciannovesimo secolo).
Le misure previste dal Bando delle autorità sanitarie sono molto istruttive sotto il profilo sociale.
Emerge subito una chiara discriminazione per censo e sesso ed un uso spettrale e terroristico della minaccia di rinchiudere i trasgressori nell’ospedale della Cuba, come in un pericoloso e mortale carcere.
Per esempio, si poteva entrare in città solo se si proveniva da zone non infette e se si era in possesso di un bollettino, attestante un buono stato di salute.
La punizione per i trasgressori consisteva in quattro tratti di corda e sette anni di remo forzato, però
se fosse persona ignobile, o ver povera, essendo femina oltre li quattro tratti di corda, di andare a servire allo Hospedale della Cubba per mesi quattro. Essendo persona nobile, o ver ricca di pagare onze cento, e di stare condennata in un castello ben visto a detti Signori officiali, per anni sette. (Bando et ordinamento fatto per l’Illustri et molto Spettabili Signori officiali della felice città di Palermo, Palermo 1575, p. 2.)
L’articolo 8 puniva severamente quanti, per burla, esprimessero parole ingiuriose contro i becca morti, cioè i monatti che trasportavano i malati o i morti: i trasgressori venivano sottoposti a 4 tratti di corda e, se minori di 15 anni, sarebbero incorsi in cento staffilate: di fronte alla gravità della peste, la città mette al bando il riso e la sua capacità di scherno, assumendo misure pedagogiche rilevanti per i giovani.
Particolarmente interessante risulta l’articolo 12, che comminava la pena di morte, per quanti, in primis i parenti, prima di denunciare un caso sospetto, svuotavano la casa di mobilie e masserizie, altrove trasportate, aumentando la possibilità di contagio, per evitare le normali misure di profilassi che avrebbero probabilmente sottoposto a fuoco purificatore gli oggetti e l’arredamento.
Gli articoli 18 e 25 mirano ad una sana misura di profilassi, che si unisce ad un uso terroristico e deterrente dell’ospedale: chiunque venda vestiti in pubblico senza essere panniero, ma mezzano (cioè venditore ambulante), o effettui giochi pubblicamente sarà punito con tre mesi di reclusione presso l’ospedale della Cuba, mentre chi ruba o vende vesti provenienti dall’ospedale, e dunque sicuramente infette, sarebbe stato condannato a morte.
Ma il timore della condanna capitale non limitava i piccoli deprecabili intrighi di una città affamata e disperata, sicché, nella piazza della Vucciria, fu impiccato uno di quelli beccamorti che portavano l’infetti, perchè rubava robba infetta e la vendia (Paruta- Palmerino, cit. p. 65.)
Ma a pagare le conseguenze non furono solo gli uomini: il 7 agosto fu emanato un bando che ordinava di impuzzari, gettare nel pozzo, i cani, con esclusione dei cani da caccia e di feudo (il valore di mercato e di capitale è una risorsa o una dannazione valida anche per i cani!).
Il 9 agosto, con la morte dell’arcivescovo di Palermo, monsignore Giacomo Lo Mellino, la peste raggiungeva il suo apice: i medici, impotenti non godevano più del sostegno popolare, anzi, come testimonia l’Ingrassia erano fatti oggetto di velenosi e inutili sospetti.
Per tale avarizia sussurravano che desiderassimo noi la ampliation del contagio, et conseguentemente attendessimo più tosto a conservarlo che ad estirparlo. (Informatione .., cit. , p. 264.)
La cittadinanza non arrivò agli eccessi compiuti ad Agrigento, durante la peste del 1526, quando si verificarono, nel disordine del contagio, violenze sessuali femminili, stupri, furti e omicidi.
Nella storia della città di Palermo la peste costituisce un discrimine religioso della massima importanza: infatti, la santa patrona cittadina, per tutto il sedicesimo secolo, fu la vergine Cristina. Ma, mentre, durante la crisi del 1575/6 la patrona si comportò bene, difese la città e bloccò il morbo, non fece altrettanto, nel periodo della successiva peste del 1624/5 e i palermitani, stanchi di chiedere alla loro santa il miracolo che non si compiva, sentendosi abbandonati, cambiarono santa patrona, riconoscendo alla vergine Rosalia Sinibaldi, sepolta sul monte Pellegrino, il merito di avere schivato e debellato il contagio.
Ma, per tutto il sedicesimo secolo, Cristina, a giudizio di tutti era la gloriosa santa patrona.
Nei momenti difficili, l’autorità religiosa, magari per sedare e coprire il malcontento popolare, organizzava processioni che, partendo dalla cattedrale, attraversavano il Cassaro (l’odierno corso Vittorio Emanuele), allora il centro della città.

Ad esempio, il 1568 era stato un anno disastroso per l’agricoltura, a causa della siccità e del fastidioso scirocco, per cui molte processioni si erano svolte, ma, solo dopo che il 31 ottobre, la cascia [la cassa] della gloriosa santa Cristina era uscita, con devozione popolare, in processione, le condizioni atmosferiche cambiarono:
[…] e finalmente mosso tutto il popolo panormitano alli meriti della gloriosa santa Crisitna vergine e martire loro patrona, et a Dio nostro Signore, che li volessi mandare la pioggia, et cossì il senato di questa cità uscio la dicta cascia della gloriosa santa Cristina con molti compagnie, conventi et verginelle davanti, con una bellissima luminaria di torchi allomati [accesi], et preghierii che faciano le dette verginelle et popolo conducendola per tuta la cità. Della quali processioni di detta cità, mossa la maestà di nostro Signore a compassione, per merito della gloriosa santa Crisitna loro protettrici, la mattina seguenti che fu lo I di novembre, piovio et rinfriscao lo tempo di giorno in giorno che di tando [da allora] in poi sempre andano piovendo et si andao seminando. (V. AURIA, Notizie di successi vari nella città di Palermo, in G. DI MARZO [a cura di], Bibl. Stor. Letter di Sicilia, vol. I, pp.208-9)
Naturalmente, qualche anno dopo, di fronte ad un altro momento critico, durante l’agonia del vicerè, il marchese d’Avalos, la cascia della gloriosa santa Cristina fu portata in processione, il 2 aprile 1571, ma, questa volta, l’esito fu infelice e il vicerè morì il 13 aprile. (Paruta- Palmerino, p. 37)
A maggior ragione, durante la peste del 1575, la cascia fu tirata fuori, ad esempio il 25 settembre, per una processione imponente, durata oltre tre ore e seguita da tutta la città.
(Chissà cosa avrà pensato l’Ingrassia: tanti tentativi fatti per segnalare e isolare le case sospette, i conventi barreggiati, per evitare il contagio, e poi, contro ogni logica, una processione il cui risultato poteva essere uno solo: la diffusione del contagio!).
Per la verità, all’uscita della cascia dalla cattedrale si verificò un incidente che forse, se bene interpretato, avrebbe potuto dimostrare la chiara volontà della gloriosa santa di restarsene dentro il duomo: infatti cadde, ma per fortuna senza causare vittime, un battaglio di una campana ( Paruta- Palmerino, cit, p. 66). Fu interpretato come un chiaro miracolo della patrona e l’inizio della guarigione.
Ma la peste infuriava lo stesso e allora, nel mese di ottobre, si organizzò, con molte luminarie, una processione con una statua della Madonna. (Notizie di successi varii … , cit. , p. 212.)
A questo punto il potere, la crudeltà del potere supera ogni cinica fantasia: il 17 gennaio 1577, il capitano di città, il napoletano Orazio Brancaccio, fece un’orrenda giustizia di sei uomini, colpevoli di avere rubato roba infetta e di averla portata nella cosiddetta casa del Poeta, alla Kalsa, causando la morte di 14 persone:
La giustizia fu in questo modo: la mattina uscêro di Castell’a mare con li Bianchi; dui dentro due carrozze tanagliandosi; e l’altri quattro strascinandosi. Giunti che fôro alla Marina, ci tagliâro le mani a tutti sei. Li quattro che si strascinavano ni fecero questa giustizia. Tre l’affucâro in tre pali in terra, ogn’uno allo suo palo; e l’altro lo misero con un catafalco con un palo appizzato [sostenuto da un palo], e ci diedero menza volta al collo, a tal che era più vivo che morto; da poi ci dettiro una pugnalata alla minna [mammella] manca, ed un’altra alla spalla, e un’altra allo petto, e lo lasciâro così morire sopra al catafalco insino all’indomani. Dapoi lo squartarono: e li altri due tanagliati li portaro suso allo Steri, e li dettero menza volta allo collo e li gittâro di là suso menzo vivi, e dettiro gran botto in terra che tutti si sficiro. E questi due e quelli tre che s’affucâro in terra l’abbrugiâro, e li mano li misero alle forche dove erano le teste. E li quarti di quello che si affucào sopra lo catafalco li mandâro a mettere sopra la porta alli primi olive. E detta giustizia fu fatta per castigo di cui rubava robba infetta. (Paurta- Palmerino, cit, p. 71.)
L’8 marzo un altro ladro di roba infetta fu ucciso, impiccato, a testa in giù, mentre un episodio strano, quasi sacrilego, macchiò la cattedrale, dinanzi alle tombe dei re normanni e di Federico II, il 29 marzo 1576, quando, al momento dell’eucarestia, durante un litigio di alcuni chierici, un prete fu gravemente ferito dal lancio dell’urna di stagno contenente le ampolle sacre.
La cattedrale, per quel giorno, fu interdetta e riconsacrata l’indomani (con relativi giochi d’artificio), alla presenza del vescovo di Patti, don Antonio Maurino de Pazos, in visita agli inquisitori e alle cose dell’Inquisizione (Patti e l’inquisizione costituiscono un terribile binomio del secolo).
Va notato che, in materia di pesti, gli inquisitori non intervenivano (per esempio, sarebbero potute ricadere nella loro giurisdizione, le sanzioni da comminare a streghe e untori), forse perché era già abbastanza rigido il potere temporale.
Comunque sia, il contagio regredisce e, il 7 luglio, venne celebrata un messa di suffragio per tutti i morti di peste, mentre il 12 luglio i degenti dell’ospedale della Cuba furono trasportati dentro l’ospedale dei convalescenti, all’interno della città: la peste era finita

*BERNARDO PULEIO
Ordinario di Lettere presso il Liceo classico statale Umberto I di Palermo, laureato in Lettere classiche, ha scritto saggi e monografie a carattere storico e letterario. Ha pubblicato con Nuova IPSA, PA: Il paradigma impossibile, Democrazia e tragedia, Errore e colpa nella tragedia italiana del Cinqucento. Con Kalòs,PA:I sentieri di Sciascia, con Clinamen, Il linguaggio dei corpi straziati. E’ appassionato studioso di storia e cultura siciliana.


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