Periodico di cultura fondato a Palermo nel 1901

Il “segno”, principio della comunicazione

Articolo inserito da il
109 letture, nessun commento

Stampa
di LUIGI Gf. CONSIGLIO –

Il “segno” ha bisogno di significare qualcosa per qualcuno, cioè per colui che sia capace di interpretarlo. E per essere in grado di far ciò egli si può avvalere  della  “Semiotica” che è una scienza che aiuta a capire i segni al fine di decifrarne il significato. I medici, per esempio, si avvalgono della  “semiotica medica” che li aiuta nel formulare appropriate diagnosi nel tradurre i “sintomi-segni” della malattia del paziente oggetto della loro attenzione, infatti molte malattie sono individuabili dai sintomi che le caratterizzano e patologie diverse si manifestano con sintomi differenti.

Anticamente, nel mondo pagano, gli indovini, gli oracoli, scrutavano il volo degli uccelli o le interiora degli animali sacrificati per l’occasione, sull’ara, per trarne gli “auspici” ovvero il volere degli dei e capire quali fossero contrari o favorevoli al quesito posto loro durante il rito sacrificale.

Nella comunità cristiana, i Sacramenti sono considerati segni efficaci dell’intervento/presenza di Dio nel mondo. Si ricorderà, per esempio, come la liturgia del Battesimo si concluda con la formula che il celebrante pronuncia dopo aver imposto al neonato il nome scelto dai genitori: “Nel nome di Dio e della comunità io ti segno con il segno della croce” e così dicendo traccia quel segno, con la propria mano, sulla fronte del  bimbo che da quel momento tutti i presenti considereranno facente parte della comunità cristiana.

Il pesce, segno di Cristianità nei primi secoli dopo Cristo.

Il pesce, segno di Cristianità nei primi secoli dopo Cristo.

Restando sempre in ambito cristiano, si ricorda la leggenda riguardante la visione dell’imperatore Costantino prima della battaglia decisiva contro il suo rivale Massenzio. In cielo vide una scritta: “In hoc signo vinces” e il segno che farà vincere l’Imperatore di Bisanzio è il simbolo di Cristo, la Croce; essa rappresenta uno dei tanti simboli –  il più diffuso – della cristianità come per un  certo tempo lo fu il segno del Pesce, in uso fra i primi Cristiani delle catacombe.

aquila romanaLa parola “segno” viene dal latino “signum”  che era lo stendardo innalzato da ogni unità dell’esercito romano e serviva per essere identificata anche da lontano. Ma cosa è meglio del fumo per segnalare a distanza e comunicare qualcosa? Il fumo è segno che c’è del fuoco… per coloro a cui ciò interessa, in primis, scusate la banalità, i vigili del fuoco, diversamente resta solo nient’altro che fumo. Ma ci si può servire del fumo come mezzo di comunicazione come usavano una volta i Pellerossa d’America e tutt’oggi i Cardinali del Conclave in occasione dell’elezione del Santo Padre.

Si comprende bene come il segno mostri una relazione naturale di causa ed effetto ma può anche manifestare una relazione ideale, convenzionale come la clessidra che compariva sul monitor indicava che il PC stava elaborando ed occorreva attendere qualche istante per avere l’esito.

Un Dottore della Chiesa, San Tommaso d’Aquino, ha definito il segno come qualcosa che introduce a qualcos’altro discretamente: per lui è grazie al segno che si perviene a chi lo abbia fatto e perché.

E qui occorre parlare dell’Inferenza. Essa si ha quando si traducono indizi o segni. Quando si possono trarre delle deduzioni ovvero farsi delle opinioni interpretando ciò che si vede. Per esempio, osservando un paesaggio di case, tutte dai tetti spioventi, si può dedurre che quello è un posto in cui, nella stagione invernale, nevica anche abbondantemente.

Esploratori alla ricerca della carovana nel Far West

Esploratori alla ricerca della carovana nel Far West

E chi non si ricorda di aver visto, in qualche film western la guida indiana chinata dal cavallo ad osservare il terreno circostante? Ebbene quel pathfinder si stava facendo un’opinione circa le impronte dei carriagi per capire la direzione presa, se fossero carichi o vuoti, dalla distanza delle impronte degli zoccoli, se i cavalli andassero  a spron battuto o no e dal fuoco spento del bivacco se la carovana fosse partita da poco tempo. Questa è l’inferenza, oggi molto utilizzata dalla polizia scientifica che pretende che la zona ove si è commesso un delitto non venga inquinata da intrusioni che possano ulteriormente affollare quei segni cioè le impronte delle mani o delle scarpe dell’eventuale criminale.

Il segno quindi “comunica” ma alcuni ritengono che i segni linguistici si prestino alla “menzogna”, al contrario dei segni naturali; mentre questi sono incontrovertibili in quanto obiettivamente visibili, nei primi, l’assenza del rapporto vis a vis implica l’impossibilità di decifrare gli stati d’animo, specialmente, considerando il testo scritto, quando mittente e destinatario sono distanti.   La parola “comunicare” è di gran moda oggi che tutto e tutti comunicano fra loro nel senso che si scambiano parole, pareri, ecc; infatti essa, in estrema sintesi, significa scambio di informazioni, di conoscenze.

Percorrendo la storia delle civiltà si nota che paesi lontani del pianeta hanno trovato vie e mezzi di comunicazione sempre più veloci ed agevoli pur di relazionare, e ciò, prima ancora che Marco Polo annotasse su “Il milione” i suoi viaggi. L’invenzione dei metodi di stampa di massa ha aiutato questo scambio che non si è fermato alla conoscenza reciproca delle culture ma anche al miglioramento del commercio. Gli artigiani sono stati i primi a beneficiarne: chi non ricorda la “ via della seta” o delle “spezie” e la ricerca più agevole di queste ha provocato la scoperta dell’America. Si può affermare che la “comunicazione”, in generale, quella verbale, quella scritta, quella che manifesta nella ricerca e perfezione del migliore metodo comunicativo,  è funzionale al progresso di tutto il mondo. La comunicazione è progredita implementandosi delle migliori risorse a lei pervenute e ridistribuendo il tutto alla società con sempre maggiore immediatezza, grazie all’uso del segno e dell’immagine.

Pittogrammi incisi nella grotta di Altamira

Pittogrammi incisi nella grotta di Altamira

Un valido esempio storico, anche se arcaico ci è fornito dai pittogrammi, cioè da quei disegni incisi nelle rocce che l’analisi scientifica data attorno ai 10.000 anni prima di Cristo. Essi sono ancora perfettamente visibili nelle grotte nei pressi di Altamira ( Nord della Spagna)  o di Lascaux ( Francia) che bisognerebbe visitare prima che l’incuria umana li faccia deperire.

Studiando l’evoluzione dell’Homo sapiens si è potuto stabilire che dopo l’elaborazione del pensiero e della parola egli è pervenuto al “di-segno simbolico” e poi alla scrittura che ha avuto anch’essa un processo evolutivo. Nella tradizione linguistica, il segno diviene parola e questa può essere scritta come vi è memoria in uno dei più antichi poemi epici della civiltà sumera, quello che narra del conflitto fra il Re di Uruk e il Re di Akatta. In quel contesto, le volontà del sovrano vengono affidate ad una tavoletta di creta che riporta inciso il segno delle sue intenzioni e perciò al messaggero non viene più affidata la responsabilità di riferire ma di consegnare il messaggio scritto.

Sumeri, Egiziani, Cinesi sono stati i popoli che in misura maggiore si sono avvalsi dell’ideogramma. Il pittogramma restava pertanto solo un ricordo del passato mentre prendeva campo la “simbologia per concetti”. Gli egiziani scrivevano appunto “per concetti”. I Greci chiamavano tale scrittura “geroglifica”, cioè “scrittura sacra incisa”. Durante la lunga civiltà egiziana, la scrittura fu particolarmente curata e il censo degli scribi, gli scrivani, era tenuto in grande considerazione dalla classe dirigente.

Dicevamo che i sistemi di comunicazione progredivano man a mano che i secoli trascorrevano grazie alle invenzioni del progresso tecnico scientifico e di quella parte che andava a beneficiare il settore culturale. La scrittura che era cresciuta ma diffusa solo in ambito sacro, a poco a poco si espande in modo popolare, da ieratica diviene meno formale, più pratica. Un esempio recente ce lo fornisce Dante Alighieri che scrive la Divina Commedia non più in Latino, lingua colta che resterà in vigore in ambito ecclesiale sino in età barocca ma in “volgare” cioè nel linguaggio che bene o male era compreso in tutta la Penisola e che ispira il primo sentimento di unità nazionale.

Tornando al progresso della scrittura, come metodo per comunicare, il momento critico importante è stato quando si perviene all’alfabeto cioè alla trascrizione simbolica del suono emesso dalla voce e pertanto alle lettere dell’alfabeto, vocali e consonanti -segni – ed alla loro combinazioni in lemmi. Ciò accade in epoca Romana ma da allora, anche se sono passati 2000 anni tutto è noto. L’uomo parla ( spesso a sproposito), scrive ( spesso in modo sgrammaticato), si atteggia ( spesso a quaquaraquà), si comporta ( spesso malissimo) ma vive e sopravvive perché comunicare diviene per lui un bisogno primario cioè insopprimibile.


Redazione
Biografia


'Il “segno”, principio della comunicazione' non ha commenti

Commenta per primo!

Vuoi scrivere cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.


L'editoriale è firmato da: Consiglio

Amministrazione