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L’ INCINTO DI MONREALE
Le vicissitudini di un trasgender palermitano del 700 tra storia, pruderie e gossip

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di BERNARDO PULEIO © *

Francesco Maria Emanuele e Gaetani, meglio noto come Marchese di Villabianca, nobil uomo palermitano, fu un reazionario, tipico esponente dell’antico regime settecentesco. La sua ideologia, basata su una conservatrice idea di sicilianità, tesa a mantenere una serie di privilegi dei ceti dirigenti fu ampiamente criticata da Leonardo Sciascia. Tuttavia, al Marchese va riconosciuto un grande merito: la redazione del Diario palermitano pubblicato, a più riprese, nel diciannovesimo secolo, dal grande erudito e direttore della Biblioteca Comunale di Palermo, il religioso Gioacchino Di Marzo. Il Diario costituisce una fonte storica preziosissima e l’autore riesce a superare le angustie della sua ideologia, come asserisce Leonardo Sciascia, in un passo inserito nel saggio Io, Villabianca (1969), facente parte della silloge, La corda pazzaMa reazionario com’era, vanitoso, impietoso sadico di un sadismo spesso inconsapevole qualche volta compiaciuto, sempre pronto a catoneggiare, non molto intelligente, fanatico delle istituzioni, dei privilegi della sua classe e della “sicilianità”, il Villabianca trova nel Diario palermitano il suo riscatto e la sua gloria».

Nel Diario, relativamente all’anno 1760, si legge questa singolare notizia: “A 20 gennaio 1760 Gìrolama Castello, figlia naturale del fu commendatore D. Carlo Castello, maritata con Leonardo Cadelo e Fardella, se ne mori di anni 79, e fu sepolta nella chiesa de’ padri Cappuccini. E questo Castelli vuole il mondo che l’abbia generata con Corvino, ermafrodita, nato della nobile nostra famiglia Corvino, il quale, prevalendo da giovinastra nel sesso feminile, si fece ingravidare dal Castelli, e avendo perciò partorito in Monreale sul 1681, fu chiamato il preno di Monreale stante chè dopo il parto, prevalendo in età maggiore il Corvino nel sesso maschile, lasciò la gonnella e vestì la giamberga e lenza di Abate, e perciò fu detto il preno di Monreale.

Proviamo a fare ordine all’interno delle notizie forniteci (con compiacimento gossipparo, secondo un neologismo orribile, oggi in voga) dal divin Marchese panormita. Muore nel 1760, all’età di 79 anni (dunque era nata tra il 1680 e il 1681), Girolama Castello (sarebbe più opportuno chiamarla Castelli), figlia del nobile Carlo (per la precisione Carlo Girolamo Castelli, Marchese di Motta). Una figlia naturale, frutto di un amore clandestino (extraconiugale) che il Castelli avrebbe intrattenuto con una nobildonna, appartenente alla famiglia dei Corvino. Ma la notizia clamorosa, l’autentico gossip, consiste nell’aggiunta che la nobile Corvino (di cui non sappiamo nulla), sarebbe stata un ermafrodita (secondo la tradizione mitologica, un essere dotato di duplice sessualità) e che dopo aver concepito la bambina avrebbe cambiato sesso, diventando uomo e indossando gli abiti di Abate (la giamberga era una lunga giacca).

Naturalmente la notizia della Corvino che prima partorisce e poi assume abiti maschili (l’indossare vesti da abate non significa che effettivamente  la donna, diventata transgender, come diremmo oggi, abbia abbracciato la vita ecclesiastica)  si connota, nel testo del  Villabianca, di una certa pruderie. Doveva essere sorta una qualche leggenda prurignosa intorno alla doppia sessualità dell’abate (immaginiamo, quante e quali chiacchiere potessero infiorare i commenti dei nostri antenati, trecento anni fa, nella nostra isola). Fatto sta che quel preno  (maschile dell’espressione meridionale prena, cioè pregna, gravida) usato dal Marchese Villabianca starebbe benissimo nei racconti osceni del contemporaneo Marchese De Sade. Dunque, cambiando tempi e circostanze, a  Monreale, l’Abate Corvino, dismessi i panni muliebri, di cui, maliziosamente, l’opinione pubblica, aveva perso memoria, era diventato, per tutti, voxpopuli…, preno, cioè incinto. E su questo argomento cominciavano a sorgere battute, proverbi, autentiche leggende (anche se non siamo in grado di dire cosa c’è di autentico nel racconto fornito dal Diario).

La storia dell’incinto di Monreale  diventa famosa e attraversa i secoli. Ecco, cosa ne scrive il maestro  delle tradizioni popolari siciliane: Giuseppe Pitrè, nel quarto volume di Fiabe novelle e racconti popolari siciliani (1875):« CCLXIII.Tutti cosi ponnu succediri, fora d’omini preni;eppuru cci fu lu prenu di MurrialiStu prenu di Murriali fu unu chi cci java vunciannu lu stomacu e la còscia, e tantu vuncia ca stava murennu. Vinniru li chierùrici, e ci ficiru lu tagghiu, e a locu di nisciricci acqua o puru marcia, cci niscíu un picciriddu. La cosa fici ‘na gran maravigghia; e ancora si parra di lu prenu di Murriali.»[proverbio 263: Tutto può succedere tranne che un uomo sia gravido. Eppure si verificò il caso dell’incinto di Monreale. Questo incinto di Monreale, fu uno al quale andava gonfiando la pancia e la coscia. E gonfiava così tanto che stava per morire. Vennero i chirurghi e lo aprirono e anziché uscirgli acqua o liquido putrefatto, uscì fuori un bambino. La cosa creò grande stupore e ancora si parla dell’incinto di Monreale]

Ed il Pitrè, con dovizia di particolari, ragguaglia su altre versioni, citando anche il Villabianca, ma non l’opera storica, I Diari, bensì, Proverbi siciliani: «La tradizione non si rimane a questo. Il popolo dice che nel Duomo di Monreale c’è la immagine di quest’uomo gravido, e l’addita in uno dei musaici che rappresenta il miracolo di G. Cristo all’idropico (v. Evang. di S. Luca XIV.) In altra versione di Borgetto il fatto è narrato così: Un Monrealese è malato e chiama il medico; questi vuole conservate le urine. La moglie per trascuranza le butta, e poi per evitare rimproveri offre a vedere le sue. Per caso era gravida: il medico, sapendo certe del marito quelle urine, dichiara gravido il marito. Da ciò la origine del motto: Lu prenu di Murriali.»

Il buono e semplice Marchese di Villabianca spiega in questa forma il proverbio siciliano:«Per prenu di Murriali si sente l’Ab. Corvino, nato della nobile famiglia Corvino di Palermo, quale essendo Ermafrodita e prevalendo in giovinezza nel sesso femminile si fece ingravidare nella città di Morreale dal commendatore Carlo Castelli cui partorì in Morreale una femina che fu Girolama Castelli, che ebbe in marito Leonardo Cadelo nobile trapanese. Dopo questo parto la femina Corvino divenne maschio e così lasciando l’abito donnesco vestì l’abito d’Abate, per cui si fe’ chiamare Abate Corvino.»

 A chiusura di questa singolare storia, si può forse dire: nihil novi sub sole. Certo non dovette essere facile la vita della signora Corvino, sicuramente mal giudicata per avere messo al mondo un figlio naturale (e cioè senza perifrasi, bastardo per il modo di sentire a quei tempi) e poi autrice- autore di un mutamento radicale che apertamente sfidava i giudizi e i pregiudizi.

*BERNARDO PULEIO – Dottore in Lettere classiche ed Ordinario di Lettere presso il Liceo classico statale Umberto I di Palermo. Scrittore prolifico di autorevoli saggi e monografie di carattere storico e letterario. Suoi libri: Il paradigma impossibile, Democrazia e tragedia, Errore e colpa nella tragedia italiana del Cinquecento. I sentieri di Sciascia, e, con Clinamen, Il linguaggio dei corpi straziati. Appassionato studioso di storia e cultura siciliana, è fra i collaboratori più stimati di www.bandolo.it


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