Periodico di cultura fondato a Palermo nel 1901

Cicco, ovvero partecipando alla mietitura
Novella dal sapore agreste intrisa d'umorismo

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di GIUSEPPA MISTRETTA ©

Mio cugino Cicco era il classico ragazzino monello. Amava fare scherzi a tutti per suo divertimento e provava grande piacere nel provocare la disperazione in coloro da lui presi di mira. Nessuno si salvava dalle sue improvvisazioni e dai guai che egli procurava. Andava vestito sempre con gli stessi indumenti: un paio di calzoni di fustagno che non si capiva di che colore fossero, con tante toppe sparse qua e là, una camicia a quadri marrone e nocciola pendente al di fuori dei calzoni, le scarpe vecchie con i legacci quasi sempre slegati, un fazzoletto coloratissimo – ‘ u muccaturi – attorno al collo e la “coppola” sulla testa, messa spavaldamente un po’ di lato.

Nel periodo della mietitura, volli andare a trascorrere qualche settimana al paese, con il nonno, i cugini, gli zii, ovvero i genitori di Cicco e le mie amiche che amavo tanto. Mio nonno era felice di avermi a casa sua perché ero la nipote preferita e mio cugino Cicco lo era altrettanto perché poteva divertirsi finalmente a farmi i suoi soliti scherzi. Io, a differenza degli altri, non mi adiravo mai. Capivo che il suo agire era un modo per attirare l’attenzione.

Per alcuni giorni egli non ebbe la possibilità di stare con me perché tutte le mattine andava in campagna con il padre per aiutarlo nella mietitura e quindi non poteva stuzzicarmi coi suoi scherzi. Allora escogitò un piano per avermi vicina tutto il giorno e dare sfogo alla sua voglia di farmi disperare. Una sera, dopo cena, disse al padre: “Pà, pinsavu cà fussi na cosa bona purtari Giuseppina  ‘ncampagna cu nuavutri pi putiri  jucari all’aria aperta! Ci veni puru Ursula!” (Papà, ho pensato che sarebbe bene portare Giuseppina con noi in campagna così da potere giocare all’aria aperta. Ci viene pure Orsola). Il padre taceva e lui più incalzante continuò: “Ma unnu viri commu iè pallida? Sicuramenti  avi bisognu d’un po’ di suli, d’aria pulita e di jucari immiezzu all’iebba commu faciva quannu abitava ccà.”( Ma non l’hai visto com’ è pallida? Sicuramente ha bisogno di un po’ di sole, d’aria pura e di giocare in mezzo all’erba come faceva quando abitava qui). Dopo qualche minuto di riflessione, lo zio annuì col capo e disse: “Va buonu!”( Va bene). E volgendosi alla figlia ordinò: “Tu, Orsola pripara u manciari e jitivi a curcari prestu ca si parti primma cà spunta u suli.”(Tu, Orsola preparare da mangiare e andate a letto presto che si parte prima che spunti il sole). Verso tre e mezzo del mattino ci fu la sveglia per tutti. Furono caricati i muli, facemmo colazione con latte caldo e pane. Verso le quattro Cicco mi fece salire in groppa al mulo dietro lo zio; mi coprì dalla testa ai piedi con un grande scialle di sua madre; aiutò sua sorella a salire dietro di lui, sul suo mulo e andammo.

Durante il viaggio, mia cugina, con la sua voce squillante, non faceva altro di raccomandargli:“Ciccu nun fari appagnari u mulu cà mi fa vulari di ccà incapu!”( Cicco non fare irritare il mulo che mi può fare volare di qua sopra!)  Ma lui rideva senza rispondere e ogni tanto dava con il tacco un calcio nella pancia del mulo che alzava in aria le zampe posteriori facendola sobbalzare. Io sentivo le sue grida di spavento  il rumore degli scapaccioni che gli dava nella nuca e nel viso. “Maledizione, Cicco, a voi finiri?” gridava lo zio.” Va bene, va bene, pà!” rispondeva. Ma appena sopraggiungeva una discesa, istigava l’animale a correre spingendo i tacchi nella pancia della povera bestia che, come impazzita, si dava alla corsa sfrenata sballottando la malcapitata che, terrorizzata non aveva più neanche il coraggio di gridare. Cicco, invece, soddisfatto, sghignazzava incitando il mulo col suo potente ; “Arrì, oh, oh!”.

Arrivati nella campagna, scendemmo dai muli e Cicco si diede subito a scaricare  gli animali per evitare di prendere qualche schiaffo dal padre il quale, avendo il pensiero di finire al più presto il suo lavoro, si avvicinò all’unico albero di ulivo che c’era, tolse gli indumenti che coprivano il suo dorso e dopo  averli appesi ad un ramo, prese la falce e si avviò verso il gruppo delle spighe. Orsola, dopo aver messo i piedi a terra, corse verso di lui e gli si avventò contro per tempestare di schiaffi quel viso <buzzo>(di pietra) come era solito dire, ma Cicco scappò via. Il padre gridò: “Veni ccà a scarricare  i muli e tu Ursula, lassalu stari, sennò  nun finemmu cchiù stu travagghiu cà si fici tardu”. (Vieni qua a scaricare i muli e tu Orsola lascialo stare, altrimenti non finiamo più questo lavoro ché già si è fatto tardi!) Assicuratosi che sua sorella non gli avrebbe fatto nulla, si avvicinò ai muli e scaricò le ceste con il cibo e gli attrezzi che sistemò vicino al tronco dell’ulivo ulivo i cui rami frondosi scendendo quasi a toccare terra, nascondevano ogni cosa agli occhi indiscreti dei passanti.

da Giambecchina " il ciclo del pane"

da Giambecchina ” il ciclo del pane”

Lo zio aveva iniziato il suo lavoro e vidi che con la mano sinistra afferrava un folto ciuffo di spighe e con la falce impugnata nella mano destra le recideva dalla pianta. Poi le posava a terra a formare delle fascine che Cicco raccoglieva, li univa tutte ottenendo un covone che legava con del filo di ferro. I covoni venivano lasciati nel campo e sembravano tante grosse pietre sparse per tutta la campagna. Io e mia cugina decidemmo di fare una passeggiata per ispezionare i dintorni  in cerca di alberi da frutto. L’aria fresca del mattino, accarezzava i nostri visi e gli occhi ancora gonfi per la perdita di sonno, stentavano a stare aperti, mentre i raggi del sole, man mano che esso si alzava, riscaldavano le nostre membra infreddolite dalla brezza notturna. Dopo aver  fatto un tratto di strada,  dietro un muretto di pietre ordinate perfettamente una accanto all’altra, apparve un albero di ciliegio carico di frutti rossi. Ci arrampicammo su di esse; saltammo giù e ci avvicinammo ad esso. Cautamente ne staccammo alcune che portammo alla bocca un po’timorose di trovarle aspre. Ma appena le assaporammo, mandammo un’esclamazione di gioia:  “Uh, sono mature … come sono dolci !” esclamai. E non smettemmo di mangiare fino a quando non fummo sazi. Mia cugina spezzò un lungo ramoscello e, staccando le ciliegie con i piccioli uniti, le accavallò al rametto e ne formò un lungo grappolo. Anch’io cercai di imitarla, ma non riuscendo bene come lei, con le mani afferrai il bordo della mia ampia gonna, lo strinsi tutto nella mano sinistra e con l’altra mano staccavo i frutti mettendoli nella conca che si era formata. Così portammo con noi tanta frutta. Tornate sotto l’albero e depositate nella cesta le ciliegie, ci mettemmo a spigolare fino al suono dei rintocchi di mezzogiorno. Orsola lasciando il lavoro, mi disse:  “Vieni apparecchiamo per il pranzo”. Prese la tovaglia da tavola a quadri rossi e bianchi, la distese sull’erba e su di essa collocammo tutto il cibo che avevamo portato: una grande ruota di pane, un fiasco di vino, delle acciughe salate sott’olio e aceto, delle uova sode, delle patate lesse, del formaggio che non mancava mai sulla tavola dei contadini e in più le ciliegie. Mentre mi avvicinavo ad avvisare lo zio e Cicco che potevano lasciare il lavoro e venire a mangiare, ecco giungere alle nostre orecchie lo scampanellio di una campana. Era l’ora dell’Angelus. Vidi lo zio e Cicco togliersi la <coppola>, chinare il capo, portare la mano destra sul cuore e recitare una preghiera silenziosa. In quell’ora non spirava un alito di vento e dalla terra sembrava che sorgesse il fuoco. La luce solare era abbagliante e c’era troppo caldo. Lo zio, in quella calura, aveva il respiro un po’ affannoso e con il fazzoletto che teneva al collo, asciugava il sudore che scendeva dalla sua fronte come cera che si scioglie. Il sole aveva colorito il mio viso e l’aria pulita liberava i bronchi dai residui della bronchite avuta nel periodo invernale. Sole ed aria entrambi giovavano alla mia salute. Al termine della preghiera, ci sedemmo all’ombra e mangiammo con appetito. Ad un certo punto Cicco fece notare con sua gioia:<< Pà, u viristi commu iè russa Giosi? Ci voleva sta gitarella. Vero? >> Di rimando lo zio, ancora con la bocca piena di cibo, disse “Sì, sì.  Veru jiè. Ci vuleva proprio! E’ russa commu nu paparrinu>> (è rossa come un papavero!) Poi mi disse: “Appena finisci di manciari, curcati tra chiddi radici e addurmisciti. Quannu d’arruspigghi, nuavutri già aviemmu finutu di mietiri” ( Appena finisci di mangiare, coricati fra quelle radici e addormentati. Quando ti sveglierai, noi avremo già finito di mietere). Io feci cenno di sì con la testa,ma Cicco che già aveva ideato qualcosa per divertirsi, disse:”Pà, nun c’è cchiù acqua. Chi fa, vaiu a ‘jinchiri i quartari ’ndda ‘ncapu a muntagna?” ( Papà, non c’è più acqua. Che fa, vado a riempire i recipienti lassù in montagna?). – “Va bene” rispose lo zio. Cicco riprese”Portu cu mia i picciotti?”- “Va buonu, si vuonnu viniri”. Cicco accavallò le bisacce sulla schiena del mulo, vi collocò le “quartare”, poi salì in groppa all’animale, senza sella. Io ed Orsola andammo a piedi. La salita che portava in cima alla montagna,dove dentro ad una grotta c’era una sorgente d’acqua fresca era ripida. Andavamo a passo lento e per noi fu molto faticosa. Quando arrivammo, ci sdraiammo esausti a terra  vicino alla sorgente. Finalmente avevamo trovato il conforto alla nostra fatica. Poco dopo ci rinfrescammo il viso e la testa e anche i pensieri. Intanto Cicco tolse le “quartare” e con un sogghigno cominciò a farle riempire mentre noi ritornammo a sederci in attesa di riprendere il cammino. Con gli occhi chiusi ascoltavo sgocciolare l’acqua dentro la conca di pietra,fischiare il tiepido venticello nell’attraversare le fessure della roccia. Ah! Che pace! Riempite le brocche, Cicco le ripose nelle bisacce e quando fu pronto, disse:”Amuninni “( Andiamo) poi soggiunse: “Sai chi pinsavu cara cuscina? Acchiana tu supra u mulu cchi si stanca, iu mi fazzu a strata a pperi (Sai che ho pensato cara cugina? Sali tu sul mulo perché sei stanca, io faccio la strada a piedi”. Fiduciosa salii sull’animale che, come ho detto prima era senza sella e per tenermi, dovetti afferrare la criniera. Quando iniziò la discesa, mentre ero distratta dallo squittire improvviso di un nibbio che era apparso in lontananza come un punto nell’azzurro immenso, Cicco con un rametto che aveva spezzato da un albero a lui vicino,diede una frustata sulla coscia del mulo che, come impazzito, cominciò a correre giù per la discesa, facendomi sobbalzare e dondolare con il rischio di volare e finire a terra chissà dove. Certa del pericolo in cui mi trovavo, stringevo con forza i fili della criniera. La mia gola era attanagliata dalla paura. Non riuscivo a gridare, né tantomeno a chiedere aiuto. Mia cugina correva dietro me gridando al fratello:”Disgraziatu, chi facisti? A vuoi fari muoriri?”( Disgraziato, che hai fatto! La vuoi fare morire?) Cicco fermo rideva torcendosi la pancia con le mani e battendo a terra il piede destro. Lo zio attirato dalle grida di mia cugina, vide l’animale in corsa e capì il pericolo a cui il figlio mi aveva esposto. Gettò via la falce e corse incontro all’animale. Gli si parò davanti con le braccia aperte, gridando”Aah, aah,aah.!” Il mulo fece una brusca impennata ed io venni catapultata in aria finendo, per fortuna, su alcune fascine di frumento. Lo zio preoccupatissimo, si precipitò verso me, dicendo:”Commu stai? Ti facisti mali?”( come stai. Ti sei fatta male?) Intanto mi palpava le gambe e le braccia controllando se ci fosse qualche osso rotto. Poi molto adirato,salì sul mulo che se ne stava beato a brucare la <<ristuccia>>( fieno) e, incitandolo alla corsa, cercò di raggiungere Cicco che, capito le intenzioni del padre, era scappato via per la vasta campagna … invano, perché lo zio lo raggiunse mentre era ancora in corsa, gli mollò un calcio nelle spalle facendolo finire a faccia a terra.  Non solo, appena sceso da cavallo, gli diede tanti calci nel sedere, da  non potere stare seduto sul mulo e fu costretto a fare a piedi la strada del ritorno. A casa poi,la zia saputo dello scherzo, gli diede tanti schiaffi sul viso che diventò gonfio e paonazzo. Tutti ci siamo messi a ridere nel vederlo conciato in quel modo e mia cugina gli gridò:”Beni ti fici u suli oggi in capagna, veru Ciccu?”( Bene ti ha fatto oggi il sole in campagna Vero Cicco?) Morale :A –  fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio ….   B – Chi la fa , l’aspetti


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