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Su Miniature e Poesia
Pansolin tra lirica e prosa

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Copertina - Miniature di Pansolindi CLAUDIO S. GNOFFO. – Recensione critica – Come già ho avuto modo di scrivere, ribadisco che la vexata quaestio circa la Poesia, cioè cosa si intenda per essa, vede contrapposti autorevoli critici su due sponde. Da un parte, taluni considerano poesia qualunque componimento ispirato da valori sublimi o tendenti a esserlo, e perciò dotati di significativo fascino metafisico che coinvolge piacevolmente il lettore. Secondo questo metro valutativo, anche alcune prose possono ritenersi poesie e a conforto di ciò possiamo dire che  Baudelaire, Rimbaud, Campana, Saba ed altri hanno utilizzato questo tipico impianto formale. Sull’altra sponda, invece, i più scrupolosi e tradizionalisti, pur condividendo la “propensione metaforica”  che il componimento deve possedere, lo ascrive a Poesia soltanto se rispetta “peculiari schemi ritmici e stilistici”. Dunque un testo è Poesia se è di frasi espresse in versi con metrica sillabica prestabilita e rime.

Già nel precedente articolo critico relativo a Anagrammi di Versi di Nicoletta Mare ( Il Bandolo, 2015) citai il godibilissimo testo di Simone Pansolin “Miniature” come espressione del primo concetto di Poesia, un felice esempio di fusione dei due aspetti dell’espressione letteraria: stile e contenuto, forma e metafisica, versi liberi e musicalità.

Simone Pansolin, genovese, classe 1983, pubblica nel 2009 con Salvatore Sciascia Editore un libretto dal titolo “Miniature”, collana diretta da Franco Zangrilli che è quello della nostra odierna analisi.

L’Autore ci propone 87 componimenti brevi così ripartiti:Tessere e Frammenti – Parte I (dalla I alla XLV); Nudi (dalla I alla XII più un omaggio a Dino Campana);

Tessere e Frammenti – Parte II (dalla I alla XXIX, tra cui la X è un altro omaggio a Dino Campana e la XVII uno ad Arthur Rimbaud).

Una poesia non tradizionale e vicina alla prosa, questa di Pansolin.Le prose poetiche, o forse meglio dire le poesie in prosa, di questa prima raccolta poetica di Pansolin possono reputarsi incisioni scritturali per la forza decisa delle loro descrizioni.

Queste “miniature dipinte a parole” si muovono fra paesaggi esterni e interni, fra ambienti e intimo, tra immagini ed emozioni.

In queste incisioni scritturali, racchiuse quasi tutte ognuna in una pagina sola, Pansolin mostra la sua formazione artistica e professionale: maestro musicista nonostante la giovane età specializzato nell’ elitario repertorio barocco, con studi al Conservatorio di Genova e Trieste, accosta alla severa disciplina dei propri mezzi, acquisita con lo studio, un gusto pittorico per i contrasti tra luce e buio, sole e tenebra, vette e abissi, così che il suo Pensiero trova sfogo nella scrittura: è la scrittura che fa da mediatrice tra le sue melodie e le sue visioni pittoriche immaginifiche. Nella scrittura, musica e miniatura pittorica s’incontrano.

La prima parte, Tess e Framm I, è serie di canti d’intonazione agreste, una delle due partiture maggiori assieme alla Parte II, dove il Pensiero guida e scuote le impressioni del poeta non appena lo spettacolo della Natura colma le sue avide pupille. La seconda parte, Nudi, è una sequenza dal ritmo più veloce, nelle immagini plastiche e sensuali. Mostra maggior creatività introspettiva, che nasce dal rapporto con una Lei (la Antonella della dedica?) che sazia i sensi del poeta e la sua anima. La Natura si mostra qui in tutta la potenza degli amorosi sensi. La terza parte, Tess e Framm II, è una rielaborazione tra paesaggio campagnolo e urbano, dove il Pensiero torna a far da padrone alle sensazioni del poeta che, in ciò che gli si para innanzi in una Natura più ricca di contrasti e varietà, continua a imbattersi nei propri stati d’animo.

La corposa postfazione del Prof. Fabio Russo, stimato ed emerito docente di Letterature comparate all’Università di Trieste,  Timbri, puntillismo, chiaroscuro e il coraggio della scrittura in Simone Pansolin, merita di essere letta come godibile e interessante opera a sé stante: opera dopo l’opera, opera dietro l’opera, opera dentro l’opera. Essa ci guida fra i mille referenti tanto letterari quanto musicali e pittorici dell’arte di Pansolin, che ci dà prova dell’altezza dei suoi riferimenti non solo con le sue tre dediche (due a Campana e una a Rimbaud) ma con tutta la ricchezza della sua visione. E davvero, leggendo le “miniature” del genovese concertista, sembra di assaporare piccoli quadri finemente dipinti, con sensazioni visive, uditive e tattili che sono un godimento e una sfida per l’immaginazione.

È Russo a svelarci che Pansolin, concertista di musica classica, ha echi, nelle sue poesie, che giungono fino al ‘600, al Barocco e alle sue melodie. Il liuto, la tiorba, la chitarra seicentesca, il chitarrone. Strumenti adoperati da Pansolin e che Russo ritrova nella sua sofferta creatività letteraria dall’ampio respiro. Così come Pansolin sembra attingere allo stesso Infinito di Leopardi, dove la Natura e il Pensiero, i protagonisti di tutte le miniature, si incontrano e si confrontano. La Natura suscita le impressioni del poeta, il cui Pensiero subito le scuote e le soppesa, anche per farle impennare. Russo trova, in Pansolin, lo stesso singolare legame tra la poesia del Seicento e quella del Novecento, quel legame già ravvisabile nel Manierismo, legame che vede l’opera come un meccanismo che, con la tecnica dell’analogia, accompagna in una lettura continua attraverso immagini e significati, per scorrere l’opera nel suo ordine.

Le poesie di Pansolin, in apparente disordine, danno all’opera, nel suo complesso, un ordine non facile da decifrare, come uno scrigno barocco colmo di significati nascosti. Russo ne dà una chiave di lettura per il lettore/spettatore invitato a viaggiare, nel godimento, in questa esperienza letteraria/sensoriale, avvinto tanto dalla sfida dell’immaginazione quanto dalla riflessione, a volte malinconica a volte struggente, di un’anima che s’incontra e si confronta con se stessa nell’infinita vastità della vita e del creato.


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'Su Miniature e Poesia' ha 2 commenti

  1. 31 agosto 2015 @ 13:01 Fabio Russo

    Bravo Claudio Gnoffo, che ha apprezzato e colto la scrittura di Simone Pansolin nelle tessere eleganti ariose quanto improntate a riflessione di “Miniature” (2009), ariose quanto severe di questo giovane musicista alla sua prima prova di creatività in prosa: una poesia che non rifiuta il “cursus” di un procedere senza l’immagine tradizionale del verso e delle rime. Si è mosso con agilità a prendere e rendere gusto, per il lettore, di questo impianto compositivo non facile a intendersi, fra impressioni sensoriali simultanee e ricchezza di pensiero, che non poche volte sorprende: direi le emozioni dell’intelletto. E dà una ricognizione attenta ai tratti caratteristici distintivi di questa voce coraggiosa di poesia, utile nel lavoro di recensore, efficacemente centrato su Natura e Intelletto/Intelligenza di uno spirito creativo. Ecco, “La seconda parte, Nudi, è una sequenza dal ritmo più veloce, nelle immagini plastiche e sensoriali”. Ancora, “La Natura si mostra qui in tutta la potenza degli amorosi sensi”. Ma a questo punto entra la valutazione del critico quando si sofferma a precisare che “La Natura suscita le impressioni del poeta, il cui Pensiero subito le scuote e le soppesa, anche per farle impennare”. Bello!: chi ha maggiore protagonismo attivo, la Natura o il Poeta? Certo il Poeta s’impone, non meno il Critico poi fa la sua parte, qui in sintonia con Pansolin, se l’impegno umano-creativo di scrittura di lui è visto frutto “di un’anima che s’incontra e si confronta con se stessa nell’infinita vastità della vita e del creato”.
    E chi commenta, magari in una “Postfazione”, trova riferimenti al proprio lavoro che accoglie di buon grado, per quanto con qualche imbarazzo: quelle pagine così numerose le avrebbe scritte ancora di più, mentre volentieri le avrebbe rese di meno per un senso di misura. Ma non è riuscito a farlo, ahi lui, sospinto dall’impeto godibile/sollecitante di “Miniature”. F. R.

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  2. 1 settembre 2015 @ 0:03 Fabio Russo

    Bravo Claudio Gnoffo !, con il piacere in più di vederlo in “Il Bandolo” da Luigi Consiglio tenuto
    così vitale di interessi variati,
    E Gnoffo dà una ricognizione.

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