Periodico di cultura fondato a Palermo nel 1901

Il Quarto Stato
Storia di un quadro e del suo autore

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di REDAZIONALE©

Volpedo è un ameno comune della Provincia di Alessandria. Ha circa 1200 abitanti che si dedicano tutt’ora in parte alla coltivazione delle pesche che costituisce una risorsa importante nell’economia contadina del paese. L’anonimato della contrada sarebbe totale se non ritornasse spessissimo alla mente di tutti perché legata ad un personaggio a cui diede i natali: Giuseppe Pellizza, appunto,  da Volpedo, autore di un quadro piuttosto famoso, il Quarto Stato. Egli vi nacque infatti nel 1868 e visse ed operò in quel paesetto, per tutta la sua vita che si concluse nel 1907, 110 anni or sono.

GiuseppePellizzaI suoi genitori, appartenenti alla borghesia contadina, si resero subito conto che il loro figliolo aspirava a qualcosa di meglio che non la dura vita che una campagna non ancora industrializzata poteva offrire anzi cogliendo fin dalla adolescenza  la sua inclinazione artistica, la favorirono iscrivendolo alla scuola tecnica, prima e poi alla Accademia di Belle Arti di Brera. Dopo il diploma Giuseppe Pellizza non si fermò ma continuò a perfezionarsi  seguendo altri corsi specialistici in altre Accademie dell’italia unita. Se fra i suoi docenti poteva vantare Giuseppe Bertini, Giuseppe Puricelli, Giovanni Fattori, Pio Sanquirico, Cesare Tallone egli ebbe anche modo di entrare in contatto e confrontarsi  con altri famosi artisti del momento che lo cooptarono nella corrente pittorica detta “divisionismo”, diventando amico di Angelo Morbelli, Giovanni Segantini ed altri.

Alacremente, Giuseppe Pellizza, partecipava a mostre sul territorio ma ne frattempo aveva messo mani all’opera che gli avrebbe dato l’immortalità. Aveva circa 23 anni quando iniziò e vi lavorò sino 1901.

Virgilio Brocchi, famosissimo romanziere italiano dei primi anni del secolo scorso  è stato anche collateralmente, il primo agiografo di Giuseppe Pellizza. Dedica all’artista un capitolo, piuttosto lungo del romanzo “Il posto nel  mondo”.  Ne traccia quasi un profilo psicologico oltre che umano e ci dice che possedeva uno” sguardo chiaro sotto la fronte rigonfia”, poi per quanto riguarda alla tela – Il Quarto Stato – , afferma che vi lavorava sperando in essa per ottenere notorietà e fama.  La ottenne ma post mortem.

Certamente, Pellizza da Volpedo, viaggiando per tutta la penisola per partecipare  alle varie mostre che si tenevano un po’ dovunque, aveva assorbito –  animo semplice – quanto in quegli scorci di fine ottocento si andava maturando  come “questione sociale”: anni di fermenti e di moti socialisteggianti a cui il Pellizza, anche da attento osservatore, non voleva ne poteva sottrarsi. Così infatti scrive all’amico Angelo Morbelli: “[…]Sento che ora non è più epoca di fare l’Arte per l’Arte ma l’Arte per l’Umanità.” E confessa che se anche la realizzazione di quel quadro gli procura difficoltà e sofferenze, di dedicarcisi comunque con entusiasmo.

Il_Quarto_StatoFinalmente Il Quarto Stato – 13 metri quadrati di tela  – viene completato e presentato alla mostra della Quadriennale Torinese del 1902 con grande trepidazione del Pellizza che spera di vincere il congruo premio in palio. Ma i quadro non fu premiato né fu venduto. Due anni dopo, Pellizza da Volpedo, amareggiato dalle troppe delusioni accumulate e depresso per la dipartita della amata consorte Teresa Bidoni e di un figlio, si suicida. Oggi, se fosse vivo, vedrebbe che il suo quadro esposto alla Civica Galleria d’Arte Moderna di Milano mentre sue copie sono diffuse dappertutto in forma di “poster” a significare la notorietà e il consenso verso il messaggio di fratellanza  che l’autore ha voluto rappresentare con la simbolica massa di persone – proletari – che si muovono pacificamente verso il futuro.

Il quadro “Il Quarto stato” ha dato fama meritata, sebbene con ritardo a questo Artista ed è servito a stimolare curiosità verso il suo stile e altre sue tele come Il Sole e Bucato al sole da dove traspare un larvato ottimismo.

Scheda: Perchè il titolo ” Quarto Stato” ? Nella Francia prerivoluzionaria, tre erano gli stati (cioè gli ordini o ceti sociali giuridicamente organizzati) che componevano l’Assemblea Nazionale: la nobiltà, il clero e il resto della popolazione,variamente indicato come Terzo stato o ceto medio o Comuni. Quando quest’ultimo istituto divenne portavoce esclusivo della borghesia, i gruppi più deboli (piccoli artigiani, lavoratori manuali, operai, plebe rurale) avvertirono interessi autonomi e contrastanti. Proprio con riferimento a questo strato sociale subalterno, negli ambienti rivoluzionari più radicali (in particolare nella corrente egualitaria  di Hébert e Babeuf ) venne coniata polemicamente l’espressione Quarto stato. Con la rivoluzione industriale, divenne uno dei termini chiave della propaganda socialista prima e comunista poi, per indicare il proletariato urbano: in tal senso compare frequentemente negli scritti di Ferdinand Lasalle, che nel 1863 fondó l’Associazione internazionale dei lavoratori. Ma già nel 1882 il termine ha superato i ristretti confini delle organizzazioni politico-sindacali di sinistra, come testimonia il ricorrere nel saggio “Delle questioni sociali” del cattolico moderato Terenzio Mamiani. La grande fortuna sarà assicurata dal celebre quadro di Pelizza da Volpedo, Il quarto Stato, dipinto tra il 1896 e il 1901 , vera e propria celebrazione epica della forza del proletariato. Sarà in seguito assunto come titolo da due riviste socialiste di cultura politica: la prima fondata da Carlo Rosselli e Pietro Nenni, che uscì a Milano dal 27 marzo al 30 ottobre 1926; la seconda, diretta da Lelio Basso, che esisté dal marzo 1946 al 1950. ( fonte: AIAPA)


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