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MAESTRI SPIRITUALI.3: Ganhdi
Uomo inedito della nonviolenza

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di NICOLA LO BIANCO ©

Sessantanni fa, il 30 gennaio 1948, Mohandas Gandhi, il “mahatma”, la “grande anima” della nonviolenza, veniva ucciso per le strade di Nuova Delhi, mentre tra la folla si recava alla preghiera.

foto morte ganhdiUn giovane indù, un seguace della sua stessa religione, in mezzo alle lotte furibonde e sanguinose tra indù e musulmani, subito dopo la proclamata indipendenza, gli sparò contro tre colpi di pistola, come a volerlo punire dell’ultimo grande digiuno con il quale Gandhi aveva ottenuto la cessazione degli scontri ed atti concreti di rappacificazione.

L’uomo che aveva espulso dall’India l’Impero Britannico quasi solo con la forza carismatica  dei suoi princìpi, che insegnava la tolleranza sino al sacrificio personale, perché <nella casa di Dio ci sono molte dimore e tutte ugualmente sante>, soccombeva alla furia del fanatismo etnico/religioso, assisteva, con la sofferenza di chi va incontro alla morte, alla separazione dei <fratelli indiani>:i musulmani pretesero ed ottennero il Pakistan come Stato indipendente, sovrano e diviso dall’Unione Indiana; gli indù per rappresaglia cacciavano violentemente fuori dei confini i musulmani, privandoli delle loro case e delle loro proprietà.

Sembrerebbe il naufragio di una venerabile e grandiosa utopia; i fatti sembrano smentire la vita destinata di questo grande maestro, al quale porgevano intimo ascolto e palese ammirazione anche i suoi più accaniti avversari. I fatti così come sono parlano di una “sconfitta”, e non possono non indurci a ben serie riflessioni, quelle che si possono riassumere in una domanda semplice, ma cruciale, che ci propone il Gandhi del XX^ secolo, e con lui tutti i grandi spiriti dell’umanità:qual è il destino dell’uomo?

foto GanhdiLa figura di Gandhi, pur nell’ambito di precisi accadimenti storici con i quali misurò la sua tempra morale ed intellettuale, fu ed è una possibile risposta alla dilaniata coscienza del Novecento, dell’uomo contemporaneo, che sente, ma non riesce a trascendere la “preistoria morale” nella quale confusamente si dibatte, ci dibattiamo. In questo senso, quella che erroneamente si vorrebbe definire una “sconfitta”, è un episodio della lunga marcia per fare emergere l’ “uomo inedito” che è dentro ciascuno di noi: che scavi nei meandri del suo cuore fino a riconoscere che <la nonviolenza è la legge della specie umana>, che la ricerca della pace è insita nella natura umana, che essa, come già ebbe a proclamare Sant’Agostino, è il nostro desiderio più profondo.

L’umanità libera dall’abiezione animalesca ed ottusa della forza, dall’infelicità della menzogna eretta a sistema di vita, è il messaggio permanente che il “mahatma” ci lascia in eredità. La strada, quella che percorrerà fino alla morte, gli si rivela in Sudafrica, dove casualmente si reca a trattare per conto di una ditta musulmana, in sostituzione del fratello. In Sudafrica sperimenta di persona la violenza razzista e l’umiliante condizione servile nella quale vivono gli immigrati suoi connazionali: viaggiando in treno verso la capitale Pretoria, viene fatto scendere a forza ed abbandonato in una sperduta stazione, perché, lui, uomo di colore, aveva preteso di viaggiare in 1^ classe, anziché nella 3^ loro assegnata;nella carrozza con la quale, l’indomani, intende proseguire il viaggio, viene malmenato perché si rifiuta di viaggiare in piedi fuori sul predellino.

E’ il 1893, è la notte, trascorsa assorto nel silenzio della sua anima, dell’ “uomo nuovo”, dell’uomo che affronterà la realtà non con l’odio e il risentimento dell’offeso, ma con la serenità di colui che possiede<una fede profonda nel Dio dell’Amore>, che sa che la vera funzione della legge, umana e divina, è quella di <unire le parti lacerate>. Prima in Sudafrica, e poi in India, dove rientra allo scoppio della 1^ guerra mondiale, Gandhi mette in atto e mostra a tutto il mondo ciò che Martin Luther King ha poi definito <amore in azione>:che è possibile pensare e trattare gli uomini, la natura, gli inevitabili conflitti umani e sociali, non abbandonandosi alla ritorsione, alla distruzione fisica o morale, ma <risvegliando in chi commette il male quello che di migliore c’è in lui>. Altrimenti la violenza genera violenza: anche se nel breve periodo raggiunge talora l’obiettivo, essa ineluttabilmente prepara e giustifica nuovi cicli di violenza.

La nonviolenza è il presupposto, il principio indefettibile, che toglie sostegno alla malvagità ed influenza il cambiamento interiore degli avversari, ma anche di se stessi.

La nonviolenza, perciò, non si esplica come atto individuale e singolare, anche se lo implica, ma è un modo di pensare e di essere che investe l’uomo nella sua totalità:dai rapporti interpersonali, all’economia, alla politica.Si capisce che <la prima condizione della nonviolenza è la giustizia, dovunque, in ogni luogo>, e la virtù somma è la <pazienza>, che è l’attiva accettazione della <sofferenza infinitamente più potente della legge della giungla per convertire l’avversario ed aprire le sue orecchie chiuse alla voce della ragione…la sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana>.

D’altro canto, a proposito della <ricerca esclusiva della felicità fisica e materiale della gente in Occidente>, Gandhi afferma: <Il benessere delle persone in generale consiste nel conformarsi alla legge morale…sarà felice solo la gente che imparerà ad operare con giustizia in qualunque condizione di vita. Tutto il resto è vano>.

Com’è evidente, il fondatore del Satyagraha, il devoto seguace dell’induismo, trasse pure ispirazione dal cristianesimo e dalla tradizione morale dell’Occidente, da Socrate a Sant’Agostino, dall’umanesimo di Erasmo da Rotterdam a John Ruskin, riformatore inglese dell’Ottocento; studiò il Corano ed incoraggiò lo studio approfondito di tutte le grandi religioni <con animo riverente>.

Si capisce che la nonviolenza in Gandhi ha un risvolto sociale preminente, anzi, trova la sua ragion d’essere e la sua fondata verità nello sforzo di migliorare la trama dei rapporti degli uomini e delle cose:ad es., riflettendo sull’economia politica e sugli economisti, Gandhi afferma:<…le leggi dell’economia politica che escludono gli affetti umani sono più dannose che inutili…[esse]non sono applicabili all’uomo, che è soggetto ai sentimenti…dare norme per fare soldi senza considerazioni morali è un obiettivo che rivela l’insolenza dell’uomo…, ecc.>.

Gandhi, ovviamente, sapeva il coraggio, la tenacia, come difficile fosse sradicare l’assuefazione millenaria alla legge del più forte; sapeva che<…a rigor di termini la stessa vita[in senso biologico]è impossibile senza una certa misura di violenza…>, e che talune circostanze impongono l’autodifesa o la protezione degli indifesi, ma ciò va fatto <in modo tale che la tua azione porti alla maggiore riduzione possibile della violenza a lungo termine e in tutte le sue forme>.

Mi accorgo di quanto sia  insufficiente questa sintesi della figura di Gandhi (chi vuole, può leggere ad es. “Gandhi, La voce della verità”), ma qualcosa di buono lo possiamo trarre, e cioè che, riguardo alla domanda iniziale sul destino dell’uomo, siamo chiamati a scegliere, piccoli e grandi, se continuare il corso rovinoso del secolo passato oppure eliminare la violenza dalla faccia della terra.

gandhi messageIl Novecento ci ha proposto due personaggi/simbolo:Hitler e Gandhi:il primo lo consideriamo come il male assoluto; ma è sicuro che lo abbiamo definitivamente sconfitto?  Dice il “mahatma” Gandhi:<La democrazia è incompatibile con la violenza>. Noi possiamo subito fare qualcosa assumendo l’onestà come pegno d’onore e della dignità personale, invitando quelli più grandi di noi, quelli che hanno potere ed autorevolezza, a richiamare, educare, divulgare, inculcare, proporre, in ogni sede ed occasione, questa civile e cristiana virtù. Il contrario è grave peccato.


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