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Casi nostri
Delitti ed enigmi nel tempo siciliano

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di LUIGI GF. CONSIGLIO

Quando si adopera il termine “caso” spesso lo si aggettiva qualificandolo come uno “strano” caso , un caso “fortuito”, ecc. e comunque si associa a tale parola l’idea di accadimenti infelici, di vicende infauste, talvolta enigmatiche, spesso “gialle”. Così, per restare in Sicilia, i casi della “Baronessa di Carini” o il “Caso di Sciacca”, o lo strano caso dell’Abate Vella e in epoche più recenti, il caso Majorana, il caso Tandoj, il caso dei Frati di Mazzarino, il caso Viola, il caso Gallo. Tutti avvenimenti che hanno polarizzato l’attenzione della gente che veniva messa al corrente, prima dai cantastorie itineranti poi dalle “gazette” locali, infine dalla TV che oggi arriva a celebrare i processi in diretta ed infine dai periodici di cronaca criminale.
Da aggiungere che, più questi avvenimenti sono distanti nel tempo, maggiormente si prestano ad avere connotazioni leggendarie e dalla tradizione orale pervengono a noi con orpelli ed abbellimenti che i narratori si sentono in dovere di aggiungere. Riproponiamo i primi due di questi “casi” storici a cui seguiranno via via altri casi.

1) Il caso della Baronessa di Carini: La quattordicenne Laura Lanza, soggiace all’imposizione del padre Cesare Lanza, Barone di Trabia e sposa Vincenzo La Grua Talamanca, Barone di Carini il 21 dicembre 1543. Trascurata dal nobilotto, dedito più alla cura delle sue proprietà che a quella della  moglie, la giovinetta frequenta nascostamente un suo devoto amico d’infanzia, Ludovico Vernagallo, che, data l’amicizia, usa andarla a trovare nei suoi appartamenti. Così per circa un ventennio. Nonostante la riservatezza, la relazione non passa inosservata ed una spia, presumibilmente un religioso, ne informa il padre che, assieme al genero, medita e prepara l’omicidio della figlia.
L’assassinio avviene il 4 dicembre del 1563. I due complici, assicurati dal Vicerè alla giustizia, ricorrono direttamente al Sovrano Filippo II che li assolve per aver riscontrato nel fatto delittuoso l’attenuante della tutela dell’onore. Il Barone Lanza infatti aveva confessato il crimine, corcostanziandolo e adducendo i motivi dell’onorabilità vilipesa.

Il castello che si erge a Carini (PA), ancora in buono stato.

Il castello che si erge a Carini (PA), ancora in buono stato.

Si racconta che su una parete, in una camera dell’imponente Castello di Carini, ove fu commesso il delitto è rimasta per alcuni secoli l’impronta della mano insanguinata della giovane Laura Lanza.
Qui di seguito, invece, alcuni versi tramandatici da Salomone Marino noto studioso del folklore siciliano che illustrano i drammatici momenti del delitto.

Chiangi Palermu, chiangi Siracusa:
a Carini c’è lu luttu in ogni casa.
Attornu a lu Casteddu di Carini,
ci passa e spassa un beddu Cavaleri.
Lu Vernagallu è di sangu gintili
di la giuvintù l’onuri teni.
       “Vju viniri ‘na cavalleria
                                        chistu è mè patri chi veni pri mia!
                                       Tuttu vistutu alla cavallerizza
                                          chistu è me patri chi mi veni ammazza
– “Signuri patri, chi vinistivu a fari?”
                                     -“Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari”
                                     -“Signuri patri, aspettatimi un pocu,
                                       Quantu mi chiamu lu me cunfissuri.”
                                     – Habi tant’anni ch’un t’ha confissatu,
                                       ed ora vai circannu cunfissuri?”
E, comu dici st’amari palori,
tira la spata e scassaci ‘u cori;
    “Tira cumpagnu miu, nun lu sgarràri,
                                        l’appressu corpu chi cci hai di tirari!”
Lu primu corpu la donna cadìu,
l’appressu corpu la donna muriu.

2)Il caso di Sciacca cioè di Perollo e Luna.

Ruderi Maniero Peralta

Ruderi dell’antico maniero dei Peralta, tra Sciacca e Catabellotta

E’ la storia di una atroce faida fra due famiglie residenti a Sciacca. Un dramma a fosche tinte e dalla fine ancor più tragica.
Tutto ebbe inizio per la competizione amorosa fra un tale Giovanni Perollo ed Artale de’ Luna. Entrambi ambivano in moglie la bella Margherita Peralta figlia di Nicolò, conte di Caltabellotta. Fu prescelto Artale a sposare la contessina ma subito dopo morì in circostanze restate misteriose; si era nel 1412. Sei anni dopo anche Giovanni morì inspiegabilmente. L’odio però si consolidava negli eredi Pietro Perollo e Antonio de Luna che supponendo premeditata la scomparsa dei propri cari, cercavano sempre occasione per contrastarsi e vendicarsi ulteriormente. L’opportunità si presentò ad una delle due parti, nell’aprile del 1455 durante una manifestazione a sfondo religioso che prevedeva la partecipazione dei Peralta, con i suoi uomini. Dopo il sacro corteo però essi si diressero ad assediare il castello dei Perollo.  Questi uscito dal maniero, coi propri scherani, si gettò nella mischia e, in un corpo a corpo, dopo essersi convinto di aver ucciso l’odiato Peralta, si allontanò. Il conte invece era rimasto miracolosamente vivo; rabbia ed astio offuscavano la sua mente per cui si sfogò contro tutti coloro che incontrava uccidendo ed appiccando fuoco dovunque. Re Alfonso intervenne e fu severo: confiscò tutti i beni a entrambe le famiglie fino alla morte dei contendenti. Ma la faida non era cessata.
Essa sarebbe ripresa nel 1529, sempre a causa di una rivalità occasionale, fra Sigismondo de Luna che Re Carlo aveva sostituito all’allontanato vicerè Ugo Moncada e Giacomo Perollo, barone di Pandolfina. E’ chiaro che anche questa volta affioravano gli antichi rancori a rinfocolare la tenzone.  Il casus belli lo procurarono i pirati barbareschi; erano tempi in cui essi usavano, durante le loro incursioni, sequestrare personaggi importanti e chiederne poi il riscatto. Uno di questi era il Barone di Sòlanto che sarebbe stato riconsegnato a chi fra i Perollo o i de Luna, famiglie amiche del Barone, avesse offerto  doni di maggior valore per il riscatto.  I Perollo furono prescelti ma ciò fece esplodere la gelosia sopìta dei de’ Luna che raccolse attorno a sé anche il consenso di altre famiglie siciliane, mentre alcuni si schierarono al fianco dei Perollo. Sigismondo de Luna esasperato cinse d’assedio il castello Perollo e lo espugnò, trovò l’avversario e l’ammazzò. Non contento trascinò il cadavere, legato alla coda del proprio cavallo, lungo le strade di Sciacca mentre i suoi sgherri si abbandonavano al saccheggio della cittadina. Poi, stanco del sangue versato, Sigismondo de Luna partì per Roma, con le mani ancora lorde di sangue, per impetrare il perdono papale. Non ottenendolo, ossessionato dai rimorsi si tolse la vita buttandosi nel Tevere. Fine !

 


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