Periodico di cultura fondato a Palermo nel 1901

Lusso ai tempi di Federico III d’Aragona
uno sguardo antropologico

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di PIERPAOLO CIMINO*

La Sicilia è la terra del sole e del mare ma soprattutto è la terra della tradizione, frutto di tutte quelle culture che l’isola ha “ospitato”, ancora attuali e vive nel presente. E nella nostra identità. Un’identità frutto non solo di ciò che siamo, della nostra cultura, ma da ciò che ci circonda, a contatto con noi: l’altro. In base ad esso noi ci trasformiamo, costruiamo, ci definiamo e riconosciamo.

Gioielli d'epoca romana

Gioielli d’epoca romana

Uno dei tratti dell’identità, il suo biglietto da visita, il primo elemento che ci investe è l’abbigliamento e a tutto ciò che ad esso comporta. Spesso ritenuto come estensione della personalità, della disponibilità economica, del credo religioso di ciascuno: esso non ha la sola funzione di riparare e coprire ma è anche elemento di discriminazione sociale, lusso ed emarginazione. Un esempio che riassume tutto ciò sono alcune leggi suntuarie emanate da Federico III d’Aragona, re di Sicilia, nel 1308-09.

Siamo in un’epoca molto complessa e precaria, in cui l’isola è provata dai Vespri (1282) e poi dall’instabilità della pace di Caltabellotta (1302), dalla contesa tra Carlo I d’Angiò e gli ultimi eredi della casata sveva ma nel contempo caratterizzata da una fiorente e tanto discusso commercio basato sia sulle antiche rotte musulmane sia dalle nuove commerciali, africane, catalane e amalfitane nonché dalle Repubbliche marinare di Venezia, Pisa e Genova. Commercio in cui i mercanti fanno fortuna grazie all’elevata richiesta di tessuti pregiati, esotici e riccamente decorati da altrettanti oggetti lussuosi come oro, pietre preziose e bottoni (la nuova e ricercata invenzione). Un commercio spesso criticato e interpretato in maniera differente: inteso come frutto delle cattive politiche normanne; o anche dall’assenza di un mercato nazionale o solamente regionale oppure inteso come un trionfo dell’economia feudale. Fatto sta che a prescindere dalle politiche commerciali ed economiche adottate, numerose sono le richieste di beni di lusso. Un lusso sfarzoso di stampo arabo-normanno, legato all’oro e ai tessuti pregiati. Un lusso spesso che entra nell’orbita papale e statale, in quanto peccato perché nemico dell’umiltà ma soprattutto anche fonte di guadagno attraverso le sanzioni pecuniarie o della perdita del bene.

Mantello di Ruggero II d’Altavilla, XII sec. realizzato da artigiani musulmani in stile arabo bizantino.  Rappresentano due leoni (simbolo degli Altavilla)  che soggiogano due cammelli (simboli musulmani).

Mantello di Ruggero II d’Altavilla, XII sec. realizzato da artigiani musulmani in stile arabo bizantino.
Rappresentano due leoni (simbolo degli Altavilla)
che soggiogano due cammelli (simboli musulmani).

Le leggi intese a limitare le spese voluttuarie sono dette leggi suntuarie e sono di origine antichissima: abbiamo già nell’antica Roma la presenza di documenti legislativi come la Lex Oppia che mirava  a ridurre il lusso dei ceti medio bassi e soprattutto delle donne. Nel XII secolo, invece, tali leggi appaiono  a Venezia ma molto numerose sono quelle presenti nel meridione d’Italia. In Sicilia, le leggi suntuarie, vennero emanate da Carlo I d’Angiò (1226-1285) al fine di dare uno stampo nettamente francese non soltanto al suo governo in Sicilia ma distruggendo gli antichi costumi greci, arabi e svevi, particolarmente radicati nel tessuto sociale del regno.

Ma facciamo un passo a ritroso di un paio di secoli. Il lusso del periodo arabo-islamico influenzò quello dei secoli a venire: con l’emirato della dinastia dei Kalbiti (948-1040), la Sicilia conobbe un periodo di benessere socio-culturale caratterizzato da una fiorente vita urbana, da un’intensa attività culturale (studi di diritto, poesia, filologia, storiografia), da una ricca attività commerciale ma soprattutto dall’introduzione di nuove colture e dalla produzione di stoffe pregiate come lino e seta. Il lusso arabo e la sua diffusione nell’isola non restò, però, chiuso nello stesso periodo storico; bensì, malgrado le guerre contro i cristiani e le distanze culturali da essi, vennero adottati tutti quei prodotti di lusso provenienti dalle fabbriche saracene: tali costumi si radicarono nelle abitudini a tal punto che le donne cristiane si convertirono all’islam, e tali pratiche continuarono ad essere presenti nella vita quotidiana anche in età aragonese. Questo processo lento e incontrollabile di assimilazione attecchì e durò nel tempo grazie sia al vicino mercato del nord Africa e del Medio Oriente sia dei commercianti genovesi e veneziani che importavano in Sicilia tessuti e pietre preziose provenienti non solo dal nord Europa ma anche dall’estremo Oriente.

Palermo in lutto per la morte di Guglielmo II (da Pietro da Eboli Liber).  Qui viene marcato,  attraverso gli abiti e le acconciature,  il carattere identitario degli individui.

Palermo in lutto per la morte di Guglielmo II
(da Pietro da Eboli Liber).
Qui viene marcato,
attraverso gli abiti e le acconciature,
il carattere identitario degli individui.

Con i Normanni e gli Svevi si venne a creare, invece, una società, quella feudale, caratterizzata da una gerarchia e da ruoli sociali ben definiti e distribuiti, sancite sia dalla consuetudine che dalla legge, o almeno queste erano le intenzioni quando, Federico II di Svevia, volle riorganizzare e decodificare le leggi per ricostruire l’ossatura del potere regio e della sua cerchia ristretta di privilegiati: infatti le prime norme suntuarie vennero importate dagli Hohenstaufen in Germania e di conseguenza anche nel Mezzogiorno d’Italia; se vennero emanate anche in periodo normanno non si sa per via della scarsità e della distribuzione disomogenea delle fonti ma si viene a conoscenza, da testimonianze poetiche e iconografiche, dalla pomposità delle feste alla sfarzosità delle cerimonie solenni.

Ci troviamo in un periodo in cui la Sicilia si trova tra gli scambi in oro dei musulmani, caratterizzato anche dalla produzione di beni di lusso orientali come la seta e i massicci scambi commerciali con l’Italia settentrionale: eventi che fanno da terreno fertile per l’accrescimento del lusso. Mentre gli Svevi furono abbastanza aperti alle innovazioni culturali e tolleranti nei confronti di culture altre ( basti pensare alla scuola poetica siciliana, agli intensi legami tra Federico e il sultano Malik al-Kamil); non si può dire, invece, lo stesso degli angioini che videro nelle leggi suntuarie un mezzo attraverso il quale imporre la propria cultura: da un lato cercarono di soppiantare le antiche usanze con le nuove e di evitare che il nobile si confondesse con la folla, quindi su un piano prettamente socio-culturale; dall’altro, invece, le utilizzarono per introdurre nuove tendenze di moda francese e di far crescere la domanda di massa di oggetti di lusso d’oltralpe. Le ostilità che si vennero a creare tra le usanze arabo-sveve per il lusso e quelle francesi, tali da voler “infrancisire” la Sicilia, non hanno solo motivi economici e socio-culturali, ma anche e soprattutto politici e religiosi: cioè dietro Carlo d’Angiò non vi era tanto la Corona francese a guidarlo in Sicilia, bensì altri due francesi, ovvero i papi Urbano IV e Clemente IV. Oltre ad avere come obiettivi comuni a Carlo I la conquista di Costantinopoli e l’egemonia mediterranea attraverso la Sicilia, essi volevano soprattutto rimediare all’errore del loro predecessore, Innocenzo III, per aver dato in mano agli “infedeli” Hohenstaufen il Sud Italia, con il fine di unificare la penisola sotto il potere papale.

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Costanza d’Altavilla entra in Palermo

Nel frattempo la costosa politica espansionistica nel Mediterraneo provocò dei problemi economici traducibili in termini di tasse. Con questi presupposti, nuovi gruppi sociali in ascesa (mercanti, imprenditori e professionisti), iniziarono ad assumere un proprio status sociale, con propri costumi, privilegi, comportamenti e identità: tutto ciò andò ad intaccare il prestigio e l’onore sia regio che nobiliare basato, secondo una teoria weberiana, su un processo di monopolizzazione e di chiusura sociale della propria categoria; la quale portò ad una competizione sociale che permise a molti di salire ed a molti altri di scendere. I redditi in crescita e gli investimenti di questa “borghesia” furono pari, se non superiori, a quelli dei nobili: un esempio è la bottega palermitana dei fratelli conciatori Roberto e Ruggero de Nicosia che in oltre dieci anni d’esercizio, migliorarono notevolmente la propria condizione economica, tanto da assicurare alle loro figlie un corredo matrimoniale pieno di stoffe pregiate e pietre preziose.

Le leggi suntuarie di Federico III, le capitulaiuratorum, vennero promulgati nel 1309 a Naro e di pari passo egli avviò anche il suo progetto di riforme delle magistrature provinciali e locali, affidando loro la rappresentanza e la cura amministrativa delle comunità urbane. Incoronato re di Trinacria nel 1296, Federico creò una monarchia che richiamava al comune diritto ereditario dei discendenti di casa sveva, il cui unico compito era quello di difendere il nome dei catalani e degli aragonesi, una monarchia nel cui ambito era inserita la Sicilia.

Uno degli aspetti che riguarda il modo di apparire attraverso il lusso riguarda il contesto in cui esso si manifesta: i luoghi e le occasioni in cui il lusso si esprimeva erano molteplici, cioè dalla corte alla bottega, dalle cerimonie solenni alle feste nuziali. L’ambiente adatto per sfoggiare il lusso era la corte dove, soggetti individuali, famiglie, gruppi di nobili e tutti coloro che avevano accesso diretto al sovrano o facenti parte della sua cerchia ristretta, affermavano la propria superiorità sociale anche all’interno della corte stessa. La corte dunque era senz’altro espressione di appartenenza alla nobiltà, ma anche di esclusione all’interno dello stesso rango. Vi sono i comites, i barones, i magnates e i milites che hanno come elemento comune il fatto di indossare scarpe rosse o un’armatura decorata con cordoni rossi; li differenzia, invece, l’uso della pelliccia (vayrum) che sono limitate alla testa per i milites,mentre il signore delle milizie le può utilizzare in qualsiasi tipo di copricapo. Elemento caratterizzante per i milites quindi è la pelliccia, ma all’interno dello stesso ordine, i signori delle milizie si differenziano dai milites “comuni” per l’ampio uso di pelliccia nell’abbigliamento. Quindi, in questo caso, l’uso del vayrum , come qualsiasi altro ornamento che caratterizza un ceto sociale, è simbolo di appartenenza, “non fine a sé stesso ma in quanto capace di consentire una determinata operazione”, cioè quella di discriminare e di marcare un confine.

Altri tipi di tessuti, colori, ornamenti e i materiali di cui erano fatti, rappresentavano un elemento distintivo della condizione sociale ed economica di chi li indossava; come ad esempio la seta, le decorazioni dorate o tessuti di color rosso che sono elementi esclusivi dell’alta nobiltà; oppure l’uso della pelliccia nel vestiario che, oltre ai nobili, era consentito nell’ambito delle classi privilegiate e facenti parte del ceto urbano più ricco, come i doctores (professionisti tipo avvocati, medici), i burgenses (artigiani, maniscalchi, conciatori, orafi, sarti) e i mercatores. Anch’esse privilegiate perché oltre ad essere consumatori, erano prima di tutto produttori di beni; settori di rilevante e innovativo impegno economico: ciò si evince da alcune leggi in cui questa “borghesia”, arricchita dal commercio e dall’artigianato può competere con i signori e gode di esenzioni. Comunque, nel caso in cui infrange la legge, la pena prevede solo la perdita del bene invece di una multa in denaro.

Anche al di fuori della corte, il lusso e il gioco delle apparenze si manifestano nella sua pienezza all’interno della città, nella quale si concentrano persone che contano e vogliono contare ma che in entrambi i casi detengono risorse economiche da investire.

Queste leggi, inoltre, non solo fanno una distinzione per ceti ma per sessi e status sociale. Le virgines, ad esempio, sono facilmente distinguibili dall’abbigliamento perché devono o possono indossare una ghirlanda sul capo e vestiti di seta a proprio piacimento, secondo i propri gusti; lo stesso vale anche per le uxores militum appena sposate fino a un limite di tempo pari ad un anno. Ciò, ovviamente, non comporta solo una distinzione di status.

Prima di introdurre “l’abbigliamento come elemento antropologico”, bisogna avere ben chiari due concetti chiave per comprendere ciò di cui si sta parlando. Gli elementi che bisogna tener presente, nel nostro caso, sono il segno e il codice. Nell’uso comune il termine segno viene utilizzato per dire che “qualcosa sta al posto di qualcos’altro e ce la rappresenta”; invece, seguendo la scia sassuriana, il termine ha un valore diverso: il “segno” si basa sul dualismo tra significante e significato, il primo è caratterizzato da segni linguistici (morfemi e grafemi) che vengono associati ad un significato, cioè al concetto mentale o l’idea che abbiamo noi su un determinato oggetto, comportamento o tratto culturale. Ovviamente il funzionamento e la stabilità del sistema simbolico ha origine nella condivisione del loro valore attraverso delle regole ben precise, stabilite collettivamente, per conferire valore agli oggetti conosciuti.

Nel nostro discorso il segno non è soltanto rivolto su un piano culturale (colori, tessuti e metalli preziosi), ma anche sul piano sociale in quanto esso è un mezzo di esclusione/inclusione (professionisti), di appartenenza (nobili e corte regia) e di discriminazione (prostitute ed ebrei), il tutto in un contesto abbastanza articolato caratterizzato da un’alta disponibilità di somme di denaro, anche di chi non rientra negli alti ranghi della società, soprattutto di una nuova classe “borghese” fatta da mercanti, commercianti e professionisti: ciò comportò ad una gara sociale nell’ostentazione dei simboli di una condizione che non era la propria e segnare le distanze tra i ceti. Quindi le leggi suntuarie sull’abbigliamento hanno questo fine principale, cioè frenare il lusso ed avere una netta distinzione tra le varie classi sociali.

L’uomo comune, invece, è spesso scolorito proprio perché le tinture, quelle più economiche, non resistono ai lavaggi, mentre i ricchi erano obbligati a spendere una fortuna “perché nelle loro vesti c’era il tratto della loro differenza”. Il colore, così come le leggi suntuarie strutturano una riconoscibilità individuale e collettiva in senso gerarchico: identificazione e distinzione vanno di pari passo. Quindi possiamo dire che l’abbigliamento rappresenta l’estensione della propria identità: un’identità che non solo viene appagata dall’estetica ma soprattutto dall’auto-affermarsi attraverso l’altro.

Per codice, invece, si intende il complesso delle regole che governano le associazioni tra significato e significante in una data comunità, al fine di emettere un messaggio. Poiché la trasmissione possa riuscire occorre che il messaggio, codificato dall’emittente, venga decodificato dal ricevente: occorre cioè che emittente e ricevente posseggano un codice comune. I codici, però, si possono differire a seconda dal punto di vista: ad esempio se da un lato la Rotella o le tappine ( ciabatte, pianelle) etichettano ed escludono un gruppo di persone, un’etnia o una categoria; dall’altro li bollano come gruppi   riprovevoli, obbligando a farli chiudere in se stessi. Qualunque oggetto esprimerà contenuti diversi, dirà cose differenti, a seconda dei codici messi in opera per comprenderlo: quindi la sua funzione fondamentale è quella di consentire la comunicazione tra gli uomini tramite un canale e un messaggio.

Partendo dalla dimensione soggettiva dell’agire umano, molte teorie considerano l’unità sociale come il risultato dell’agire individuale e intersoggettivo. Tale sistema porta il singolo individuo a interagire con gli altri membri nella formazione del sistema simbolico e alla sua stabilità.

L’antropologa Mary Douglas spiega, in Antropologia e simbolismo, come questa stabilità del sistema simbolico ha origine nella condivisione dei significati e nella capacità di prevenire qualsiasi possibilità di cambiamento: per evitare che la stabilità del sistema simbolico cambi o venga sovvertita viene effettuato, da parte dei singoli o dal gruppo, un processo di controllo sul sistema informativo attraverso strategie di esclusione o intrusione. Quindi, nel nostro caso, il legislatore (Federico III) eseguirà una strategia di controllo, attraverso le leggi suntuarie, con lo scopo di evitare che il sistema simbolico, caratterizzato dal valore intrinseco dell’oggetto indossato, possa essere sovvertito. Federico d’Aragona attraverso le leggi suntuarie cerca di mettere in evidenzia i vari ranghi sociali, in una società in cui i sistemi simbolici sono sovvertiti sia dalla disponibilità economica sia dal tessuto urbano abbastanza omogeneo e compatto in cui le culture altre sono poco distinguibili, un esempio sono gli ebrei: nel 1310, infatti, Federico richiama l’obbligo della rotella rossa prendendo atto che l’abbigliamento e il fatto di portare la barba non servono più a distinguere gli ebrei. Lo stesso avviene per le prostitute, obbligate ad essere inferiori al resto della comunità in rapporto alla morale e condurle verso l’emarginazione: infatti gli elementi che le contraddistinguevano erano le tappine ( da cu, poi, l’epiteto “tappinare”). Quindi lo scopo del legislatore non è tanto quello di frenare il lusso quanto evitare un sovvertimento del sistema simbolico in rapporto alla condizione sociale del singolo o del gruppo. Siamo in un periodo in cui la cultura più è compatta e più c’era il rischio di confusione e il dubbio sull’identità.

I colori in epoca medievale, infine, sono una componente importante della comunicazione non verbale: chi vede un certo colore non coglie solo la tonalità ma anche una serie di valori simbolici.

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Corte al cui centro zampilla la Font Arethusa (Pietro da Eboli Liber). Qui vengono evidenziati il rango del cavaliere grazie alla pelliccia sul bordo del mantello e dai colori scarlatti

Il colore per eccellenza fu il rosso vivo, il colore che caratterizzava le vesti per le occasioni importanti: esso fu associato al potere in quanto è un colore che in natura è presente nel fuoco e nel sole (la cui luce però giunge nelle infinite tonalità del bianco) ma soprattutto perché simboleggia il sangue versato da Cristo durante la passione. Però il rosso che fu all’altezza di tale simbologia è il rosso scarlatto, termine con sui si indicava la brillantezza del colore in generale, più il colore era brillante più era costoso: ciò portava anche ad una distinzione sociale tra i ricchi, meno ricchi e i poveri. Il rosso era la “tinta d’elezione”; di rosso scarlatto erano le vesti dei Re e dell’alta nobiltà (in quantità minore), così come lo erano le vesti liturgiche del Papa e dell’alta gerarchia ecclesiastica. Il rosso, però, divenne anche elemento discriminante nei confronti degli ebrei, in quanto la rotella era rossa, quindi il colore rosso assunse importanza e valenza non in quanto tale, cioè un colore d’èlite, ma in relazione a chi lo indossava.

Le nozze di Cana. Particolare dal Battistero di Padova,XIV sec. Il Cristo e la Vergine si distinguono fra i commensali per l’abbigliamento rosso e azzurro.

Le nozze di Cana. Particolare dal Battistero di Padova,XIV sec. Il Cristo e la Vergine si distinguono fra i commensali per l’abbigliamento rosso e azzurro.

Dal XIII secolo, però, il blu e l’azzurro, ritenuti colori barbarici, entrarono nel ventaglio cromatico medievale divenendo, grazie alle nuove tecniche tintorie, i colori delle vesti principesche: furono colori brillanti, richiesti e accessibili a tutti, ad esempio tra le varie tinte la tunica usata dagli ebrei vi fu, anche, l’azzurra; frequenti sono i capi d’abbigliamento offerti in dote; inoltre, vennero usati anche per abiti da cerimonia e per rappresentare il manto della Vergine. Il blu è simbolo della vita divina, del mistero, della trascendenza in rapporto a tutto ciò che è terrestre, tra tutti i colori l’irradiamento del blu è meno sensibile e più spirituale: in molte iconografie troviamo il blu nel manto della Vergine, nel Cristo Pantocratore, negli apostoli e in alcuni casi anche nelle vesti dei re.

Nel complesso i colori che predominano sono, oltre il rosso e il blu, il rosa, il verde, il gambellino (color cammello), e il loro significato cambia in base al tessuto, all’ornamento, alla cultura di chi lo indossa e al contesto in cui viene usato. Attraverso questo segno, alla sua condivisione e alla funzione dell’altro, l’individuo soddisfa il suo bisogno di riconoscimento e di auto-affermazione: un ruolo importante per definire sé stessi in una società stratificata per ruoli, culture, religioni ed etnie, in cui i componenti si “insaporiscono” reciprocamente ma rimangono distinti.

*Pierpaolo Cimino. Trentenne palermitano; Dottore in Antropologia con tesi in Storia romana e Dottore con  Laurea magistrale in Studi storici e geografici con tesi in Esegesi delle fonti medievali. Studioso di Storia, soprattutto medievale e moderna, e di Antropologia. Scrive per diversi siti internet e blog ed è  esperto sulle tradizioni storico-antropologiche siciliane.


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'Lusso ai tempi di Federico III d’Aragona' ha 1 commento

  1. 29 ottobre 2017 @ 8:38 Venere Cangiano

    Artricolo molto esaustivo, grazie.

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