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Inglesi in Sicilia
un'opportuna interposizione

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di LUIGI Gf. CONSIGLIO*

brydoneSappiamo che molte sono state le civiltà che si sono susseguite, nel corso dei secoli, in Sicilia.  Lo constatiamo continuamente dallo studio delle vestigia più o meno sepolte dal tempo o impolverate per l’incuria dei moderni amministratori. Ce le hanno lasciate i popoli che si sono stanziati in Sicilia e che testimoniano la loro presenza più o meno feconda: i fenici, i greci, i romani, bizantini, arabi, svevi-normanni, angioini, aragonesi, spagnoli piemontesi, austriaci, inglesi, americani. Taluni, come gli angioini o  gli austriaci ma in modo particolare, i piemontesi  o savoiardi hanno invece sottratto a tal punto che ancor oggi si ricorda una cantata popolare narrante  “[…]ppi la fami, jastìmanu li genti:pari ca ci passau casa Savoia”, ( le popolazioni si lamentano per la fame: sembra che sia passata casa Savoia a depredarle). E’ inconfutabile la situazione di indigenza   lasciata dall’amministrazione savoiarda nei sette  anni  della loro presenza, Vittorio Amedeo II regnante.

Pochi studiosi hanno soffermato invece la loro attenzione ad un periodo della storia siciliana contrassegnata dalla presenza in Sicilia dei cosidetti figli di Albione, i britannici.  Il commento sulla civiltà americana sarà oggetto di futura attenzione.

La penetrazione degli inglesi nell’Isola è frutto di un’evoluzione che deve molto alla loro consuetudine di sinergizzare in modo opportuno il mix di intelligence, economia, ed ostentazione. Tre cittadini britannici hanno “lavorato” in questo senso nel corso di un secolo: John Acton, Horatio Nelson e William  Bentink. Ma andiamo con calma.

Tutto ebbe origine nell’avvento di una “moda” da parte di aristocratici europei che potevano permetterselo, di viaggiare il lungo e in largo per le contrade continentali, spingendosi sino alla Sicilia. Era il “Gran Tour” che avveniva nell’intervallo tra una guerra ed un’ altra durante i secoli 17° ,18° e 19°. L’isola veniva raggiunta con il “postale”, il veliero che  faceva la tratta Napoli Palermo e ritorno. Ma altri che provenivano dalla Calabria con la corriera a cavalli, traghettavano a Messina e indugiavano a visitare le bellezze della costa orientale e l’Etna Catania, Siracusa.

Tra questi signori che si spingevano avventurosamente sino alle latitudini più mediterranee vi erano moltissimi intellettuali, scienziati, ex ufficiali, scrittori, gazzettieri (oggi si direbbe reporters). Nel 1770 lo scozzese Patrick Brydone fu il primo a “scoprire” la Sicilia intessendo anche una nutrita relazione con i patrizi palermitani nei loro salotti-bene (vedi foto in incipit). Ad onor del vero, altri suoi conterranei erano già venuti in Italia, pur senza giungere sino in Sicilia, durante il 17° secolo ( John Milton, John Evelyn, Richard Lassels, a cui dobbiamo proprio l’invenzione dell’espressione “Gran Tour” comparsa per la prima volta sulla sua guida “The voyage of Italy”, e Joseph Addison).  Comunque, dopo la venuta di Brydone,  sembra che  i librai dell’isola ebbero nei loro scaffali più libri di autori  inglesi  significando perciò che l’interesse o la curiosità verso l’Inghilterra aumentava  tra la popolazione colta.

Nel frattempo, in Francia covavano i germi della Rivoluzione che sarebbe esplosa da lì a qualche anno. Le notizie viaggiavano veloci grazie appunto al Gran Tour e alle informazioni che gli  intellettuali si scambiavano durante i loro incontri nei salotti culturali delle capitali. La gente iniziò a schierarsi  a favore del popolo, e così pure l’ aristocrazia che paventava il contagio degli eccessi  dei giacobini francesi ove trovassero terreno propizio anche da noi. La sleale impiccagione di Francesco Paolo di Blasi servì da monito per tutti. Era il tempo in cui nutrire ideali poteva essere pericoloso.

Una cantata popolare siciliana testimonia frattanto la simpatia che andava consolidandosi a favore degli inglesi e l’odio per la Francia:

Cchi ssu brutti ‘sti facci d’impisi

Senza scarpi, quasetti e cammisi !

Quannu i viriti, tiratici in panza:

viva lu’Nglisi ! Mannaja a la Franza !

Sirjohnacton

Sir John Francis E. Acton

Gli eventi precipitarono e i Borboni tentavano di salvare le proprie teste con comportamenti politici ondivaghi. Ed è questo il momento in cui alla corte di Napoli compare il primo personaggio che abbiamo citato: John Acton (Besancon 1736 – Palermo 1811); egli era riuscito ad entrare nelle simpatie della regina Maria Carolina (sorella della decapitata regina Maria Antonietta) su segnalazione del fratello Leopoldo di Toscana e, i maligni parlano anche di un’intesa più intima, dati i freddi rapporti col coniuge, Re Ferdinando. L’Acton aveva pieni poteri e orientava la politica del regno, grazie anche ad un’azione a tenaglia posta in essere con l’aiuto dell’ambasciatore inglese.

La locandina del film

La locandina del film

Egli era l’anziano Sir William Hamilton la cui giovane moglie Amy Lyon, alias Lady Emma Hamilton non era indifferente al fascino che esercitava su di lei l’ammiraglio Horatio Nelson (Burnham Thorpe 1758 -Trafalgar, 1805). Questi si trovava da quelle parti per la campagna antinapoleonica, e dalla frequentazione, nonostante fossero entrambi sposati, nacquero un paio di pargoli. Insomma si sedussero vicendevolmente. ( Rinviamo, per questa storia pruriginosa ma vera, alla visione di un intrigante film del 1941 diretto da Alexander Korda con Laurence Olivier e Vivien Leigh: “Il grande ammiraglio”.)

Denis Mark Smith, storico inglese contemporaneo fra i più accreditati ci racconta la cronaca di quei giorni acclarando il concetto che il Regno Unito era molto interessato agli affari siciliani. Extrapoliamo alcuni florilegi tratti dalla sua “Storia della Sicilia medievale e moderna vol.II”: “[…]Quando l’esercito di Napoleone invase il regno di Napoli nel 1798, Ferdinando fuggì a Palermo sulla nave ammiraglia di Nelson”. In realtà la nave trasportava anche altri inglesi come i coniugi Hamilton, lo stesso Acton e molti cortigiani napoletani. Il Mark Smith continua:[…]”Per quanto il re fosse rozzo e illiberale, alcuni del suo entourage erano, in confronto con l’ambiente locale, sofisticati e progressisti. I siciliani conobbero ora nuovi stili architettonici, nuovi modelli di vita personale e nuove impostazioni politiche ed amministrative.[…] Nelson ricevette un immenso dominio feudale e il titolo di duca di Bronte […]era felicissimo di stare vicino a Lady Hamilton.

[…] “Dal momento che non esistevano un esercito e una marina siciliana degni di questo nome, nel 1806 Ferdinando fu costretto a malincuore ad invitare una forza britannica ad assumersi quasi completamente la responsabilità della difesa”. […] Molte migliaia di soldati francesi sbarcarono una volta, vicino a Messina , ma furono respinti dalle truppe inglesi aiutate da pochi contadini armati con scuri e bastoni, ma l’elemento militare decisivo fu che le cannoniere britanniche controllavano lo stretto e i francesi mancavano di mezzi di trasporto. […]Non solo il diretto aiuto britannico, ma molti prestiti, un discreto quantitativo di investimenti di capitale privato da Londra contribuirono a creare un piccolo boom dell’industria, del commercio, dell’agricoltura.[…]Mentre la guerra contro Napoleone proseguiva su tutti i fronti l’Inghilterra curava e consolidava  gli aspetti economici della sua penetrazione nel territorio dell’Isola.

Il boom del commercio e dell’agricoltura lo si deve essenzialmente all’industria vitivinicola monopolizzata da alcune famiglie inglesi.

Era successo che un tale Mr. John Woodhouse, verso la fine del ‘700 aveva intuito che il vino liquoroso che si produceva nei dintorni di Marsala poteva competere benissimo con il Madera o il Porto, rinomati vini iberici già apprezzati nelle migliori tavole. E quando il “Marsala” conquistò il palato dell’Ammiraglio Nelson, la fortuna del suo futuro era già segnata. Il mercato di sbocco era assicurato dal consumo delle guarnigioni inglesi. La produzione di tale vino coinvolse altre famiglie di origine inglese tra cui gli Ingham e Whitaker, imparentate fra loro e che, nel corso dello sviluppo produttivo delle loro aziende, avrebbe stretto poi accordi commerciali anche con Vincenzo Florio, colui che sarebbe divenuto esponente della dinastia più importante dell’isola durante la Bella Epoque siciliana.

Lord William Bentnik

Lord William Bentnik

Il terzo personaggio le cui azioni sono state funzionali al consolidamento della presenza inglese nel Regno duosiciliano ed in particolar modo nell’isola fu Lord William Bentink ( Portland, 1774 – Parigi, 1839) che fu autorevole ministro degli esteri nella breve stagione in cui la Costituzione siciliana del 1812 aveva esaltato gli spiriti indipendentistici nei confronti del dispotismo Borbonico. L’Inghilterra esercitava così, in modo discreto una forma di protettorato sull’isola e col senno di poi si potrebbe proprio affermare che parecchie scelte ed accadimenti che hanno riguardato la Sicilia sono stati pilotati dalla intelligentia inglese. Garibaldi docet.

La presenza inglese in questo seconda metà dell’ottocento divenne cospicua e necessitava di un punto di riferimento più strutturato dell’ospitalità avuta sino ad allora nei locali di Villa Lampedusa. Intanto la popolazione diventava sempre più anglofila e tale propensione veniva  incoraggiata e favorita dalla comunità britannica già residente nella capitale dell’isola o nei centri che erano dedicati alla produzione del vino Marsala. Joly Cross dueEssa raggiunse l’acme durante gli anni dell’esposizione Nazionale di Palermo con la realizzazione della chiesa anglicana di via Stabile (ang. Via Roma, ndr). Nel 1872 gli Ingham-Withaker incaricarono due architetti inglesi – William Barber ed Henry Chistian di edificare il nuovo tempio Anglicano che fu chiamato Holy Cross. I due professionisti seppero sintetizzare gradevolmente diversi stili: il Gotico, il Romanico e il Bizantino.

Ma la simpatia verso l’inghilterra e ciò che rappresentava coinvolse anche architetti locali come G.B. Filippo Basile e Ignazio Greco. E’ al primo che dobbiamo il progetto per il “Giardino Inglese”, risalente al 1851 e poi ancora circa un decennio dopo, la trasformazione del “Piano della Marina” antistante il palazzo Steri in uno square:  il giardino detto  “Villa Garibaldi”. Anche il “Piano di Santa Oliva” destò l’attenzione di Benjamin Ingham che sollecitò il sindaco in carica affinché arredasse il luogo in modo adeguato; nacque così il palchetto della musica circondato di aiole fiorite e panchine, ciò grazie al finanziamento del mecenate  inglese.

Hotel et des Palmes

Hotel et des Palmes

Sempre nei pressi della residenza Ingham,  cioè quel palazzo che sarebbe diventato la sede dell’Hotel et des Palmes, ebbe assetto urbanistico all’inglese anche piazza Florio che si apre tuttora su via Scordia.

Villa Sophia Withaker

Villa Sophia Withaker

Si è constatato perciò che queste ricche famiglie inglesi non sono venute in Sicilia con intenti colonizzatori e la loro presenza ha portato opportunità di lavoro alle numerose maestranze edili impegnate alla realizzazione di prestigiosi edifici residenziali procurando un indotto considerevole. La famiglia Whitaker offrì dei contributi notevoli alla comunità palermitana infatti nel 1850 acquistò una villa nella contrada di Resuttana che fu chiamata “Villa Sophia”. In seguito sarebbe divenuta la sede di un eccellente ospedale di pronto intervento. Alcuni dei figli  di Joseph e Sophia Whitaker, decidendo di risiedere in città, si trasferirono dalla storica residenza di Villa Lampedusa, in altre  sontuose dimore in città: Joss, in un

Villa Malfitano

Villa Malfitano

palazzo in stile gotico-veneziano costruito dall’Arch. Henry Cristian, la cui bravura era stata collaudata con la Holy Cross. Essa sarebbe poi divenuta l’attuale sede della Prefettura di Palermo mentre il fratello Pip, nel fondo Malfitano in contrada “Olivuzza”, faceva edificare la propria residenza, su progetto del già citato Arch. Ignazio Greco. Villa Malfitano, oggi sede della “Fondazione Whitaker” è circondata da un grandioso e curato parco che testimonia l’ opulenza e il prestigio dell’ incommensurabile potere economico di questa famiglia.

In fin dei conti, mi pare che ci sia convenuto questo “frammischiamento”, se così vogliamo definirlo.

*Luigi Gf. Consiglio Dottore in Economia, già docente a contratto per “chiara fama” e per oltre un decennio di “Tecniche di Comunicazione giornalistica” e di “Marketing territoriale per i BBCC” al glorioso Istituto Superiore di Giornalismo presso l’Università di Palermo. In atto, vice presidente Dipartimento Sicilia ANS-Sociologi. Filantropo. Presidente Ass.Cult no profit Il Bandolo, Centro studi & Gruppo editoriale, aderente all’ANCeSCAO di Bologna. Direttore editoriale di questo periodico-web. 


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'Inglesi in Sicilia' ha 2 commenti

  1. 1 maggio 2017 @ 16:43 Giovanni

    Articolo inconsueto e molto interessante. Complimenti.

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  2. 2 settembre 2017 @ 16:59 Armando

    Memorabile articolo di memorabilia.

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