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“Tutti corrono” a prendere il Filobus
Amarcord dei mezzi pubblici anni '60

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politeama dallaltodi GIGI CONSIGLIO

Il palermitano che oggi ha più di 60 anni d’età si rammenterà sicuramente che a Piazza Politeama, ai piedi della statua di Ruggero Settimo c’era una fermata per i Filobus. Essi erano mezzi di trasporto pubblico a propulsione elettrica che perveniva dalla linea aerea di fili ad alta tensione collocati lungo tutto il loro tragitto. Due aste collocate sul tetto fungevano da collegamento fra il mezzo e i fili. A preferenza dei tram, non avevano il vincolo delle rotaie, potevano oltrepassare altri autoveicoli che li precedevano, avevano il vantaggio di essere assolutamente silenziosi,  e non inquinavano. Le città che hanno adottato i filobus lo hanno fatto anche per non disselciare le proprie strade e risparmiare tonnellate di ferro e tempo.

Erano verdi, dall’aspetto “acchiancato” . Il loro ricovero era in via delle Croci accanto all’ingresso di Villa Gallidoro e l’azienda che li gestiva sino al 1964 si chiamava SAST, acronimo di Societa Anonima Siciliana Trasporti . Poi è divenuta una municipalizzata, e i filobus sono stati sostituiti dagli Autobus, veicoli a trazione diesel, mentre a poco a poco veniva smantellata la linea area elettrica.

Interno del filobus. Si vede il posto del bigliettaio, le strutture tubolari da dove pendono le maniglie-sostegno

Interno del filobus. Si vede il posto del bigliettaio, le strutture tubolari da dove pendono le maniglie-sostegno

A bordo vi erano, con la loro bella divisa grigia, completa di berretto che conferiva un aspetto marziale, il conducente e il bigliettaio seduto su uno scranno leggermente sopra elevato tra l’ingresso e la piattaforma posteriore. Un itinerario obbligato costringeva i passeggeri appena saliti a passare dinanzi al bigliettaio che controllava anche l’altezza, per cui nani e bambini inferiori ad un metro non pagavano, i militari metà prezzo e per ognuno di loro il colore dello scontrino era diverso. I passeggeri dovevano predisporre gli spiccioli per tempo, poi: “Avanti c’è posto ! ”.  “Vietato parlare al conducente”, “Riservato ai mutilati di guerra”, “Riservato agli invalidi civili”. Queste erano le scritte che si leggevano lungo il percorso longitudinale del veicolo. Man mano che si andava avanti, c’era sempre un po’ di spazio, creato da chi  scendeva in qualche fermata intermedia;  ci si poteva reggere in maniglie di cuoio che pendevano da tubi inseriti nella struttura. Avanti c’era sempre posto ma spesso, a bordo, tra la folla indugiavano i tipi più strani, dall’aria pensosa ma dalla mano lesta, che approfittavano della calca per sfilare con destrezza il portafoglio: era il loro mestiere.

La mattina all’alba, dal loro deposito, i filobus raggiungevano il capolinea comune di Piazza Giulio Cesare, alla Stazione centrale delle FFSS, dove accanto ad una pensilina stile liberty, esistente ancor oggi, era installato l’ ufficio movimento che dava gli orari ai singoli conducenti.

Collez__Ferraboschi_Filobus_di_Palermo_01-670x469Imboccavano la Via Roma. Alcuni, come “la circolare” o il filobus per Monreale,percorrevano la via Stabile;  altri, dopo aver percorso tutta la via Roma, giravano per via Emerico Amari, si immettevano in Piazza Politeama fermandosi, il tempo necessario, all’isola pedonale – importante snodo – che allora esisteva sotto la statua anzidetta. Oltre agli utenti, in attesa della propria linea, vi bivaccava un arzillo vecchietto che in quegli anni  aveva superato la settantina e vendeva caramelle. In una scatola cubica di “lanna” (alluminio), che presumibilmente aveva contenuto biscotti, esse erano separate per aroma: menta, anice, gommose, life sawers, e chewin gum clichets: una piccola azienda efficiente. Quando non parlava da solo si lasciava andare a qualche confidenza tipo che era sposato per la terza volta. Era soprannominato “tutti-currunu” dal suo continuo e monotono intercalare. Questo signore sapeva gli orari dei filobus con una precisione assoluta: <<Quando passa il 21/31 ?>> – << Facissi cunto ca è ccà ! U sta viriennu…chistù è u riciassetti, a freccia argintata, cuntassi sinu a deci, cca veni u 21/31>>…ed era vero mentre il 17, unico, dalla suggestiva lamiera zincata e lucida che dava l’effetto dell’argento, ripartiva in direzione della via Dante, compariva a sinistra il desiderato filobus  che poi avrebbe preso per via Gaetano Daita. Ogni tanto…‘nto spissu, nell’affrontare le curve le aste si staccavano. Il bigliettaio allora, smoccolando impropèri, specialmente quando pioveva, scendeva  ed armeggiava per riposizionare le rondelle delle aste negli appositi ingranaggi sotto il filo elettrico.   (Nei filobus moderni, questo inconveniente è stato risolto).

piazza croci

Nello sfondo, un filobus proveniente da Via Daita. E’ sicuramente diretto verso via delle Croci e Via del Giardino.

Il 21/31, dopo aver attraversato Piazza Croci, stoccava per via Duca della Verdura, in direzione dei Cantieri Navali Riuniti e poi per sobborghi dell’Acquasanta, dell’Arenella, di Vergine Maria. I numeri 14, 15, 15 barrato, 16, invece dopo via Daita proseguivano per piano Balata ( via Roma nuova) e poi passando dinanzi allo Stadio comunale proseguivano verso Pallavicino Valdesi, Mondello e Partanna .

Non ci si crederebbe, eppure stracolmi di bagnanti, durante la stagione estiva, riuscivano seppur arrancando a superare la salita di via Mater Dolorosa. Riprendevano fiato lungo la discesa per Valdesi mentre a borgo gli adolescenti sfogavano le loro pruderie strusciandosi con nonchalance ad anonime e morbide terga muliebri, approfittando della calca.

filobus alla fermata dello stabilimento balneare di Mondello -Valdesi ( fonte FB)

filobus alla fermata dello stabilimento balneare di Mondello -Valdesi ( fonte FB)

Il fascino della “schiniatona arrubbata” aveva i suoi aficionados fra i passeggeri dei mezzi pubblici – generazione vessata da anni oscurantisti – proto maniaci, talvolta in buona fede. Ogni tanto volava un “porco !” qualche altra volta “na timpuliata” . Tutto poi si placava nei  pressi dello stabilimento balneare dove i più scendevano per l’agognato bagno ristoratore e per rifarsi il naso dagli effluvi provenienti dalle ascelle pelose e sudate della signora che teneva in braccia il pargoletto.  E dopo il bagno, latte ghiacciato e sfincionello. I più grandi giocavano a tamburello i genitori a poker. All’imbrunire altri filobus carichi di panormiti, stanchi sì ma sazi mai, tornavano in città. E anche quell’estate passava…


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