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Festa dei morti
è giusto che sopravviva

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di GIGI CONSIGLIO*

frutta di martorana“…E a tia, chi ti misiru i muorti ? Così i bambini palermitani si chiedevano fra loro durante la mattinata del 2 novembre quando, giocando lungo le vie senza traffico della vecchia Palermo, mostravano fieri i balocchi donati dai avi. “A mia, mi misiru un pupu cu ‘ll’anchi tuorti”.

Nelle contrade siciliane è molto sentito il culto verso i defunti, visti e sentiti come i Padri Lari della cultura latina cioè quei geni preposti alla tutela del focolare domestico proprio perché rappresentavano le anime dei progenitori della famiglia. I figlioli non dovevano temerli anzi un pensiero ed una preghiera doveva esser a loro rivolta ogni tanto magari guardando le antiche foto sbiadite dietro il lumino sempre acceso sulla colonnetta o sul comò; e i nostri defunti, grati per questa continua manifestazione di affetto mostravano la loro benevolenza portando doni ai bambini. La particolarità stava nel fatto che questi regali, balocchi o dolciumi venivano nascosti nei posti più impensati per cui i bimbi, la sera precedente, andavano a coricarsi con l’orecchio attento ad ascoltare qualche rumore particolare e, uditolo prendevano sonno serenamente felici che il mattino seguente ci sarebbe stato un qualsivoglia giocattolo nascosto per loro.

L’indomani mattina, magari insonnoliti, non ricordavano più di compiere il rito della ricerca ma i genitori incoraggiavano a farla. E così i bimbi cercavano, sotto il letto, dietro le ante della dispensa, dentro il portaombrelli, sotto il tappeto, sotto la carbonella spenta del braciere, a secondo la grandezza dell’oggetto.

Giocattoli di latta (ph. N.Gullifa)

Giocattoli di latta (ph. Nicola Gullifa)

Avevo sei anni e i morti mi regalarono un monopattino. Dopo aver cercato per tutta la casa senza trovare nulla, ero un po’ deluso; mamma mi spronava ancora a cercare dicendo che il nonno, da lassù, mi voleva bene e sicuramente mi aveva lasciato da qualche parte il giocattolo che io più volte avevo mostrato di desiderare guardando la vetrina di quel negozio in via Napoli.  Trovai il monopattino dietro l’uscio, sul pianerottolo ( ecco perché non avevo udito alcun rumore, durante la notte) e ne fui felice e grato verso quel nonno che, pur non conosciuto personalmente, sembrava che mi volesse un gran bene. Questo sentimento che mi pervadeva e che si sarebbe consolidato negli anni ( senza supporto del giocattolo) era comune in tutti quei bimbi che sfoggiavano orgogliosi i loro regali. E’ chiaro che tutta la messa in scena era architettata dai genitori, finti tonti, che già qualche giorno prima del due novembre, possiamo dire già dalla vigilia di Ognisanti – soldatinigiornata in cui nel meridione si usa festeggiare l’onomastico di chi non ha la fortuna di avere il suo Santo, citato in esclusiva sul calendario –  usavano andare in giro coi figlioli per le  varie fiere rionali – le fiere dei morti- dove un assortimento variopinto di balocchi veniva mostrato ai passanti: trottole, bambole che muovevano gli occhi, trenini di latta che si caricavano con una chiavetta, fucili col tappo di sughero legato ad uno spago, caleidoscopi, armoniche, tricili, sacchetti di biglie di vetro trasparenti, indiani e cow boy ecc.

Era un modo di vivere legato alle tradizioni che si tramandavano di generazione in generazione e serviva a trasmettere affetto e rispetto anche verso la sola memoria di chi non era più presente in questa vita ma in un modo diverso faceva comunque parte della “famiglia”.

Non erano soltanto i giocattoli  a creare l’aria di festa. No,  anche i dolciumi e la frutta, in modo particolare quella secca, sono legati al rituale della festa dei defunti. Servono a preparare l’offerta alle  “anime”,  “u canistru cu ‘u scacciu” , calia, simenza, nocciole, mandorle e noci e poi c’è anche il vassoio  con le prime arance, pere, melograni, sorbe e la mortella, rara piccola bacca verde che è presente solo in questi giorni in qualche “gioielleria” di frutta. La frutta fresca viene più sofisticatamente sostituita da quella simbolica: la pasticceria di frutta martorana,frutta di martorana creata modellando la variopinta pasta di mandorle opportunamente a foggia di pomidoro, nespole, fichi, ecc. Infine in un’altra cesta trovasi un assortimento di “pupaccene”, statuette di zucchero glassato dimensioni varie, (dai 20 ai 50 cm), ben solidificato e raffiguranti personaggi cavallereschi colorati,  come  la principessina, il cavaliere su un destriero rampante o il paladino, ecc. Alcuni fanno risalire l’ invenzione delle Pupaccene aiPaladino di zucchero cinesi. E’ probabile dato che Marco Polo, ha portato dalla Cina tante invenzioni strane ma siamo stati noi, siciliani che li abbiamo “pubblicizzati” nel mondo.  A questo proposito, Gaetano Basile, noto etno-antropologo, ci narra che maestri di scuola barocca sansovinesca, avevano creato sculture di zucchero per abbellire la tavola di una importane cena di commiato, proprio in quel di Venezia, patria di Marco Polo: <[…]la notizia arrivò alle orecchie di alcuni nostri marinai alla fonda, riferita certo dai servi che parlarono delle meraviglie ai quei pupi a cena. Il racconto passò di bocca in bocca e giunse a Palermo>>. Sicuramente se ne sarà rotta qualcuna di quelle sculture e i commensali l’avranno mangiata stupiti.

Creare una statuetta oggi è cosa facile. Esistono gli stampi adatti ma allora poteva anche essere più difficile e quindi verificarsi il caso che una di esse non avesse i fianchi in linea ovvero “i janchi tuorti”. Siete d’accordo ?

*Gigi Consiglio. Alias Luigi Gianfranco Consiglio, dottore in Economia, già docente a contratto per “chiara fama” e per oltre un decennio di Tecniche di Comunicazione giornalistica e Marketing del territorio per i BBCC, al glorioso Istituto Superiore di Giornalismo presso l’Università di Palermo. In atto, vice presidente Dipartimento Sicilia ANS-Sociologi. Filantropo. Presidente Ass.Cult no profit “Il Bandolo”, Centro studi & Gruppo editoriale, aderente all’ANCeSCAO di Bologna. Direttore editoriale di questo periodico-web. 


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'Festa dei morti' ha 2 commenti

  1. 2 novembre 2015 @ 0:30 marina sardo

    Bellissime le nostre tradizioni, tutte, ma ne manca una, molto arcaica ….la grattugia
    Si diceva ai bambini che i nonni e parenti morti quella famosa notte di tregenda (in cui per tante culture si aprivano le porte tra al di qua ed al di là) sarebbero anche venuti a grattugiare i piedi ai bambini e i bambini … morivano di paura!

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  2. 5 novembre 2015 @ 19:26 Pippo

    Sono d’accordissimo con quello che in questo viene esplicitato, spero che finalmente noi siciliani la smettiamo di disprezzare e rinnegare le nostre tradizioni che non hanno nulla a che vedere con le feste oggi create al solo scopo della vendita di gadget e nulla hanno da insegnare a chi come noi abbiamo vissuto e atteso i morti (la festa) e ” a pupa cu l’anchi torti”

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